Recensire ignorante: #pietrarsa #troppomiticissimo #trainz

Attenzione: questo post è sì incazzoso, ma in quanto raccontino spiccio di una gita fuori porta in un grande museo napoletano, non è ammesso nella fortunata categoria Crocette al fegato, anche se devo ammettere che mi sono fatto parecchie croci con la mano storta. Orsù, iniziamo.

E se tu, piccolo esserino sperso tra le grinfie della rete e piovuto come muschillo dalle interiora gialle sul parabrezza del mio blog, tu nato in seno a Partenope e che la buona stella abbia lasciato nella tua culla una sospetta predilezione per le ferrovie, se insomma tu, stringendo, comm’a mme sì azzeccato p’e treni, a Pietrarsa ci vai con l’aria da docile chierichetto che mammà, sotto Natale, mi costringeva ad indossare per andare a portare gli auguri al signor Pierino, l’ingegnere della SIP tanto gentile e tanto una brava persona. Tre rampe di scale dividevano il nostro pianterreno ad equocanone dal suo appartamento di proprietà, che sembrava pure più grande di casa nostra, per le varie ristrutturazioni e dei tre pargoli di differenza che ahimè, la cicogna aveva scelto di lasciare ai proletari dabbasso. Mammà ne parlava per giorni, di quella visita: e guarda che bella mensola ha messo sul finto camino, e il telefono di onice all’ingresso, e la parete attrezzata l’ha spostata là in fondo, chissà, avrà tolto il ripostiglio? (Che già si chiedeva che fine avesse fatto la moglie dell’ingegnere non lo ammise mai, nemmeno quando una notte senza troppo bordello se lo vennero a pigliare i carabinieri.) Insomma, vai là e hai paura pure di bussare al campanello per non sciuparlo.

A Pietrarsa non cambia nulla, é cambiato il mondo intorno (gironi stretti e gironi larghi), e nessuna delle decine di macchine esposte ha più fatto un centimetro da quando ha imboccato il trasbordatore a ventaglio all’ingresso. Sfido, non é come un elefante in una cristalleria, ma delle bomboniere di elefanti di Murano a grandezza naturale che un mio amico prese per fare la cosa esotica, e da che ricordo io l’organizzazione espositiva, a parte le differenze di categoria eclatanti, é stato quella del momentaneamente buttalo lì che c’è spazio.

Arrivammo in gita a Pietrarsa in prima media, che era da poco passata Pasqua. I più scafati vennero col borsone da calcio con le merende di pane, la cocacola, lenza e retino, e dopo il pomicio in pullman con le scafatelle di turno e qualche minimo atto vandalico per non ritenere la giornata sprecata (leggenda vuole che un InterCity sparì proprio in quei giorni dal plastico) ci mollarono tutti e se ne andarono a pescare sulla scogliera, i professori ovviamente muti. Si smuoveva la povere ballerina nell’aria e tutto odorava di ruggine e legno vecchio, e dove si ammucchiava merda di piccione sotto, s’intuiva un lucernaio sfondato sopra. Custodi non se ne vedevano a parte uno, truce e corpulento, che più che sorvegliare lanciava occhiatacce a noi pischelli, zoppicando (o forse no, solo che a cercare di ricordarlo ha preso automaticamente le fattezze di Sloth dei Goonies che si tirava la coscia). Il professore di tecnologia ci provava, dalla sua, a darci leggere farciture di nozioni, e qualcosa, giuro, filtrava; ma a fare di più era la trepidazione di guardare quelle macchine, le ruote enormi, la trama di biellismi e tubi e pistoni, e immaginarle muoversi, docili come tigri ammaestrate, sotto la mano energica del macchinista, imboccate a carbone e sudore di fuochista, nella notte che precede l’alba, e come cazzo fai a non credere nel sogno tecnologico bolscevico guardando una locomotiva a vapore é un mistero.

(Foto di gruppo delle maestranze a Pietrarsa, 1900 circa. Se credi che tutte queste persone ti stiano guardando, ti sbagli. Non solo ti guardano, ma sanno pure dove stai di casa.)

Sono passati vent’anni da quella mattina di sole, e qualche domenica fa c’ho portato mia figlia (che dal canto suo ha fatto salti di gioia da due metri, visto tutto e toccato tutto).

Arriviamo in treno storico, e già alla partenza mi suona strano: gente stipata per ogni dove (e va bene), che sgranocchia la qualunque (che in una centoporte di terza classe é storicamente appropriato), capotreno pischelletto che “scusi, sposti le gambe che mi sembra che qua sotto c’è l’interruttore delle luci” (ahia), secondo capotreno ancora più pischelletto che, inascoltato, chiede che tutti stiano fermi immobili (vabbè), terzo capotreno praticamente bambino che passa a mettere i sigilli alle porte e a cui spiego io come bloccarle (vabbuó, quello é il puntiglio mio che insorge). Arriviamo, fila alla biglietteria ed il cuore si rischiara: trionfo della cultura? See, staminchia!

All’uscita dal sottopasso una gesticolante ragazzina con le meches blu smista con un’inflessione terrificante quelli che devono fare ibbiglietto da quelli che devono fare ibbiglietti dei servizzi accessori. Servizi accessori? Che, ora la toilette é a pagamento? No, purtroppo. Per servizi accessori s’intende:

– visita guidata (e ci sta)

– giro turistico sul trenino (WTF?!?)

– giro su treno storico funzionante (…ma non ci siamo appena scesi?)

– gadgets (eh?)

Scopriamo che alla voce gadgets é da annoverare tutto il possibile fondo di magazzino aziendale della Fondazione FS: tazze con logo, magliette col logo, cappellini col logo, cazzarielli e paccottiglia palesemente cinesata con logo già mezzo sbiadito, due libricini interessanti e tre o quattro volumoni da quaranta euro e passa che annoierebbero sir Stephenson in persona. Svoltiamo la cantonata ed un festoso scampanellare annuncia il “trenino”, quello da centro commerciale per capirci, e anche lì gente che magna-gente che selfia-gente che vallo a capì che sta facendo. Inciampo nelle palle che nel frattempo hanno ceduto e guardo in fondo, dove una 880 e una Corbellini vanno e vengono in quel paio di centinaia di metri che erano l’asta di manovra interna del deposito (perché Pietrarsa era una OGR, ci siamo su questo?) a due euro a persona macchinisti col baffone a punta inclusi, che probabilmente serviranno tutti a rifare il sant’Egidio di inversore della locomotiva. Ci accontentiamo di fotografare tra un fantastilione di smartphone tesi tra le transenne.

La sala delle vaporiere riecheggia degli annunci piuttosto incazzati che vietano di salire sulle macchine pena l’espulsione. Con una certa dose di cazzimma metto in difficoltà un ragazzino col microfonino assurto a guida turistica e seguo la bimba, che ha voglia di guardare i cinegiornali proiettati tra gente che sgranocchia e chi giustamente si toglie le scarpe perché tra i calli ed il basalto della pavimentazione non corre buon sangue. Il pancino, nel mentre, chiama: andiamo a mangiare nell’area attrezzata, e la bimba di sua sponte butta la carta nel contenitore della carta e impacchetta il resto del panino che non ha mangiato e lo ripone, nello stupore della famigliola accanto che ha praticamente bombardato un casatiello e accoltellato dei succhi di frutta.

La sala delle carrozze é un formicaio di persone che montano e smontano da qui e là, e anche io mi faccio prendere dalla necessità di fotografare l’erede seduta al banco di manovra, se non fosse che per farlo c’è la stessa fila (e la stessa pacatezza) che trovereste ad un self-service aperto durante lo sciopero dei benzinai. Vabbuó.

Sala cinema, tra i diesel e il tornio, e proiettano a ciclo continuo questa roba qui. E la pompa della calda voce narrante, la storiella raffazzonata (che in qualche punto cede al falso storico per amor di sceneggiatura), il riflesso di una centoporte nella carrozza ristorante TEE e viceversa pur di non spostare quattro carrozze fetenti da un piazzale di deposito, il tutto proteso al buon vecchio filmato aziendale svelano il fondo posticcio. Il sangue sembra più vero a vederlo spillare a fiotti al cinema, diceva Alex il drugo, e la sensazione che l’amenità del luogo in qualche modo sia stata violata é grande ed ingombrante. Andiamo via sotto una pioggia leggera, contento si, ma più per la compagnia che per la visita.

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