Disattenzione.

Harold sedeva rigidamente nel vecchio divano logoro, fumando una sigaretta dopo l’altra. La botta non accennava a scendere, erano passati mesi dall’ultima tirata con i ragazzi e la coca gli aveva pietrificato ogni muscolo del viso e del collo. Intorno a lui le luci gialle e basse si scomponevano e si ricomponevano ad angolazioni inspiegabili, mentre il vociare sommesso (e, ammettiamolo, irrispettoso del momento) diventava sempre più simile all’insopportabile mugugnare atono e cantilenante di una nenia araba.
“Vi riesce di chiudere la fogna, luride checche comuniste?” Trent staccò la faccia dal mirino della telecamera e si girò, prima interrogativo verso di lui, poi spaziò uno sguardo di vergognoso risentimento a tutta la combriccola chiassosa stravaccata sui divani e gli sgabelli del bar. Joey, vedendo spegnersi la luce rossa della telecamera, zittì all’istante e tirò su la maschera.
Quell’insulto improvviso, calato militarmente su tutta la sala, aveva avuto l’effetto di una granata, soprattutto sullo stesso Harold, che anche dopo averlo sganciato non accennava a tornare di un colorito normale.
“Li scusi, signore. E’che stanno cercando di rilassarsi… La serata sarà lunga.”
“Non scuso proprio nessuno, camerata. E’per questo tuo… vostro continuo rilassarsi che ogni negro ed ebreo d’America si sente in diritto di ficcarci la faccia nel cesso. Devo dedurre che ormai la disciplina è solo una roba da manifesti qui dentro, giusto?” Distolse gli occhi dalla scena e fendette l’aria con un’occhiata glaciale. “Vorrei solo ricordare a tutti i presenti l’importanza strategica dell’azione a cui ora assistete, ma a cui parteciperete da qui a poco. Quindi zitti, se non volete che vi faccia assaggiare la cinghia.” La marmaglia rumoreggiava sommessamente, non si discute con una vecchia guardia ma era comunque amaro da mandar giù. Qualcuno scrollò pesantemente le spalle, qualcun’altro si mise a cercare il fondo del boccale, ad ogni modo nella sala ridiscese il silenzio.
“Di nuovo” accennò a Trent e Joey.
Trent fece riavvolgere il nastro, dando di quando in quando un colpetto al coperchio quando lo sentiva bloccarsi; Joey riaccese il motorino elettrico che muoveva la grande lamiera ondulata alle sue spalle, si risiedette alla scrivania, controllò che il vocoder fosse acceso e calcò la maschera. Un leggero sibilo avvertì Trent che il nastro era in posizione: avviò la registrazione ed il conto alla rovescia. Joey iniziò.

Popolo americano! Fratelli bianchi americani! La nostra organizzazione è riuscita nell’intento di bloccare le trasmissioni del network che più di altri ha tentato di schiacciarci e di ricoprirci di fango! Dopo dieci anni siamo riusciti a ridare voce al vero, puro, intoccabile popolo bianco americano padrone del mondo! Le lobby dell’informazione afro-arabo-sioniste dovranno, d’ora in poi, temere il grido di vendetta che il popolo americano urlerà contro i loro musi caprini, proprio dal mezzo d’informazione che credevano di dominare! Non temere popolo, la nostra organizzazione si farà portavoce sempre più spesso dei tuoi bisogni e dei tuoi ideali, strappando a poco a poco dalle grinfie dei corrotti servi di Sion prima Chicago, poi l’Illinois, infine l’intera nostra grande nazione! Osserva popolo americano, con i nostri potenti mezzi di produzione abbiamo ricreato uno dei loro programmi più famosi, un emblema del tempo che verrà fin nel titolo: “venti minuti nel futuro!” Si popolo, la nostra organizzazione porterà nelle vostre case il futuro in cui crediamo, un futuro in cui l’intera nazione e tutto ciò che la arricchisce è nelle mani dell’unico, vero, intoccabile popolo americano! Gioisci con noi, scendi nelle strade con noi, combatti al nostro fianco gli usurpatori delle nostre ricchezze! Lunga vita al Partito Nazionalsocialista d’America! Hail America!

Con un gesto rapidissimo provato decine di volte, Joey spense il vocoder ed accese il piccolo registratore tenuto con lo scotch sotto la scrivania, facendo partire l’Horst-Wessel-Lied mentre scattava sull’attenti, volgendo il braccio teso ad Harold, che seppur nel più totale visibilio mantenne il contegno, si alzò con solennità in piedi e tese il braccio; gli altri si alzarono alla spicciolata, spinti più dalle occhiatacce di Trent che dall’istinto atavico del saluto militare. Erano tutti ragazzini sotto i vent’anni, riottosi e indisciplinati, e a parte Joey e la sua verve oratoria sembravano più avvezzi a far parlare spranghe e e pugnali. Grave, ma non fondamentale, pensò Harold con disgusto, mentre li guardava lì in piedi, in disordine, impacciati al cospetto dell’alba del Nuovo Ordine Mondiale… Saranno una prima linea non troppo efficiente, ma grazie alla loro inefficienza la nostra causa avrà fin dall’inizio un bel po’ di martiri da consacrare. Sentiva di avere sotto controllo ogni più piccolo particolare della rivoluzione che covava nelle sue viscere da più di dieci anni, come un novello Rommel. Sentiva che erano realmente vicini a farcela, e poco male che alcuni di loro ci avrebbero lasciato le penne. Solo i più forti, si ripetè.
Trent spense la telecamera e Harold attraversò solenne la sala per stringere la mano a Joey, che si sfilò al volo la maschera e ricambiò commosso. I due si abbracciarono.
“Congratulazioni camerata, il tuo gesto verrà ricordato nei libri di storia.”
“Grazie, grazie. Ma io ho solo dato voce alle sue parole, signore.”
“Non sminuire la tua condotta! C’è modo e modo di leggere, e tu sei riuscito ad infondere in ogni parola lo spirito che ci si aspetta da ogni camerata ben disciplinato. Credimi, se ti dico che ti terrò da conto.”
“Non vorrei scontentare nessuno, signore” aggiunse Joey, sentendo passare alle sue spalle Trent visibilmente ad orecchie tese.”La disciplina passa anche nel rispetto dei ranghi.”
“Ma certo, indubbio. Ma nulla mi vieterà di encomiarvi entrambi.”
Joey sorrise imbarazzato e non disse nulla. Nel frattempo Trent aveva riavvolto il nastro ed aveva collegato la telecamera alla vecchia tv in mezzo alla sala. “Signore, vuole controllare la qualità della registrazione? Le metto a disposizione la poltrona.”
Riguardarono il nastro scambiandosi commenti. “Trent, forse il vocoder è leggermente alto, non credi?” “Il testo è abbastanza comprensibile, ma se non la soddisfa possiamo ridoppiarlo.” “Meglio di no, i tempi sono troppo stretti. E comunque, potremmo non averne bisogno, la prossima volta.” Trent spense in tutta fretta la telecamera e si avviò verso il bancone del bar. “É tempo di andare camerati, avrete notizie a breve” disse, spingendo fuori dalla porta quei tre o quattro che erano rimasti. “Ricordate: la supremazia bianca non attende. Siate pronti all’attacco.” A sala ormai vuota, Trent poté tirar fuori dall’intercapedine del bancone le valigette con tutto il materiale. “Mi sono costate tre mesi di stipendio” disse ad Harold “e non potevamo permetterci di lasciarle incustodite. É proprio il caso di dire che era per questioni di sicurezza nazionale, non crede?” “Certo, certo. Non preoccuparti, anche questo sforzo verrà ripagato. In ogni caso, l’attrezzatura é funzionante?” “Sissignore, siamo riusciti a trasmettere chiaramente anche oltre il raggio d’azione programmato.” Joey aveva già indossato la tuta grigia da lavoro, e ora completava il cablaggio mentre Trent si cambiava. Prese la cassetta dalla telecamera e la porse ad Harold. “Signore, a lei l’onore”, disse. Harold spinse la cassetta nel vano della prima valigia. “Bene camerati, il dado è ormai tratto. L’onore del Partito é nelle vostre mani.” Si congedarono brevemente. Per primo scese Harold, e Joey lo guardò allontanarsi nella Bronco ammaccata e fumosa. Poi fu il loro turno: attraversarono il parcheggio dirigendosi verso il Transit bianco della Crump Services e riposero le valigie tra le matasse di cavo e le cassette degli attrezzi. Trent mise in moto e scivolò senza fretta nel traffico del tardo pomeriggio. Ufficialmente, di lì ad un paio d’ore i due avrebbero marcato il cartellino come ascensoristi dell’US Bank Building, ufficiosamente avrebbero sfruttato il vasto spazio incompleto del quarantesimo piano per puntare una piccola parabolica verso la cima della Hancock Tower e riscrivere la storia.

Harold sedeva rigidamente al tavolo di un caffè sulla Washington Avenue. Guardava l’orologio, la televisione, di nuovo l’orologio. Qualcuno stava raccontando un fatto strano successo verso le nove: su Canale 9 era apparso tutt’a un tratto un tizio con la faccia deformata e gli occhiali da sole. Era rimasto lì a saltellare per qualche secondo ed era svanito. “Sarà stato qualche cazzo di nerd”, commentò uno. Si udirono delle sirene passare a gran velocità, in direzione nord. Ad Harold risalì la botta di adrenalina e si disperse in un miliardo di rivoli di sudore freddo. “Ecco che lo hanno preso… Vorrei proprio vedere come se la caverà in galera, il secchione!” grugnì un altro. Il tempo mentale di Harold si divise in milioni di eternità… Il grido del barista lo fece sobbalzare. “C’è un certo signor Durden, qui? Il signor Durden al telefono!” Harold coprì ansimando il miliardo di chilometri che separavano il tavolo d’angolo dal bancone. “Ha detto di essere suo figlio”, disse il barista passandogli la cornetta.

“Pronto.”
“Ciao papà, sono io. Sono arrivato al lavoro.” Joey, dall’altra parte, agitato al punto da farfugliare. Sapeva, come pattuito, che Harold non avrebbe detto nulla se non (tentare di) annuire distratto; continuò. “Tornerò a casa verso le undici e un quarto. Spero di riuscire a vedere Doctor Who sull’11. Devo fare il pieno, non mi ero accorto che l’auto era quasi a secco.” Eccellente rapporto, camerata, pensò Harold. Per questo il segnale era durato così poco. Ma… saltellare? Perché quel tizio lo aveva visto saltellare? Si morse un labbro. “Allora d’accordo, papà. Ci vediamo alle undici e un quarto.” Click.
Riattaccò, tornò al tavolo, poi si rialzò subito, pagò e uscì. Due o tre strade più a sud c’era un negozio di elettrodomestici. Una ventina di televisori di ogni forma facevano da parete animata della vetrina, vomitando sul marciapiede una chiazza di luce vivida. Harold guardò affamato ogni schermo finché non distinse la rassicurante figura del dottore. Erano le undici in punto. Voleva andare via, ma era magnetizzato dal Grundig in bianco e nero nell’angolo. L’eccitazione sporca di paura lo trasformò in una marionetta che si agitò meccanica nel quadrato di luce, con gli occhi fissi, finché vide. Si incollò al vetro appena la scena nel Grundig svanì mangiata dalle righe di interlacciato, maledì il traffico che cancellava l’audio già inesistente. La sua creatura stava per nascere lì, davanti agli occhi di tutto l’universo.

Trent e Joey avevano passato la mattinata a bere, fumare e fare sesso. Non erano froci, loro i froci li pestavano a sangue e poi gli davano fuoco; semplicemente una sera in cui erano rimasti soli a stonarsi ad erba e Jack Daniel’s, Joey aveva tirato giù i pantaloni a Trent e gliel’aveva succhiato perbene, continuando poi a ridacchiare e fumare una volta finito come nulla fosse. Trent, in palla, non si era tirato indietro e sembrava anzi di aver gradito l’attenzione; quando toccò a lui, certo, fu strano, ma niente affatto innaturale. Ovviamente tennero la cosa per loro, non confidavano per niente nella finezza mentale degli altri, men che meno in quella palla di lardo di Harold; peraltro, non c’era nulla su cui discutere. Continuarono semplicemente a gestire insieme la sede del Partito di Chicago, organizzando cacce all’immigrato e distribuendo volantini sovversivi, e a nessuno doveva importare se ogni tanto finivano l’uno nel sedere dell’altro. Insomma, quel sabato mattina erano parecchio su di giri, avevano comprato la strumentazione per il jamming, realizzato lo scenario, e bisognava provare la telecamera. Quale momento migliore. Joey, oltre ad avere la parlata più sciolta, aveva il suo personale conto in sospeso contro la WGN ad animarlo; si rivestì in fretta e calò la maschera senza mai smettere di maledire quei bifolchi, gasandosi sempre più. Trent catturò in parte quel lungo monologo, era fuori come un balcone e non riusciva a smettere di ridere guardando Joey che saltellava da una parte all’altra della stanza. Prese lo scacciamosche e si diede ad inseguirlo, con i goffi movimenti che lo stretto vestitino a pieghe gli permetteva (e vallo a capire quando l’aveva indossato). “Stronza, stanno venendo a prendermi!” strillò Joey, calandosi i calzoni e offrendo a favor di camera (e di camerata) il culo; quando lo prese, lì sulla scrivania, quella lucina rossa lo fece sussultare per un momento fuori sincrono ai colpi d’anca che menava. Il crescendo dell’orgasmo cancellò ogni nube.

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