Recensire ignorante: Tonya.

Io non lo so, mi sto sbagliando, ma ho la sensazione che negli ultimi dieci anni hanno fatto solo film in cui o ti dovevi immedesimare in un personaggio, o che in un modo o nell’altro dovevi parteggiare per lui, pure se la sua é la storia del peggior serial killer necrofilo di cuccioli di unicorno. Sì, é vero, la cruda violenza rappresentata con occhio imparziale e teneri cornini sbrindellati in un sacco di plastica, ma se vai a vedere non é colpa sua, nella storia si capisce che era la madre che glielo faceva.

Vi lascio un minuto a riflettere sulla cazzata sovrappeso che ci siamo appena detti, vi metto pure la musica; poi riprendo la narrazione.

Allora, inizia tutto che anni ottanta e novanta si confondono in quel limbo da cui nascono i peggio ricordi stilistici di tutte le serie TV revival, partendo dai Goldbergs fino a scendere nelle cape dei peggiori trapper di provincia che si vogliono dare un tono. (Per i trapper all’ascolto: non è un complimento. Ve lo spiego così sono sicuro che avete capito.)

Un attimo.

Musica. Scusate, colpa mia.

Dicevamo. In un buco di culo certificato degli Stati Uniti, quei bei posti da cui possono uscire solo o materie prime o seguaci di certe sette avventiste coi cappucci bianchi, spuntano fuori madre e figlia, ma non di quelle che ci si aspetterebbe di vedere nelle pubblicità degli assorbenti, diciamo più la coppia madre-figlia che troveresti in quelle zone dove, per mettere insieme un piatto di pasta, da quattro-cinque famiglie ognuno mette il suo e chi ha ancora un po’ di gas nella bombola ci mette il fornello. Quelle zone che se non ci sei nato ma sei una brava persona, passando in auto ti guardi intorno con un sincero sentimento di volenterosa speranza, ma ti accerti che le sicure siano chiuse e acceleri con defilata nonchalance, non è per loro eh, di sicuro ci sono pure brave persone.

Da questa operosa cloaca della Bible Belt spunta fuori questa bimbetta che pare la Cappuccetto Rosso dei tossici, che si chiama Tonya e che la madre ha deciso debba diventare pattinatrice professionista. La cazzimma c’è, indubbiamente, ma c’ha pure una madre che se non ci fosse stata di mezzo la quarta parete come minimo finiva a strascìnio della migliore tradizione partenopea (avete capito bene, il parteggio del prologo inizia praticamente subito).

Le prende dalla madre, la piccola Tonya, fisicamente ed emotivamente, e quando da bimbetta bianca ed emaciata diventa la ragazzotta bionda e spessa, prototipo dell’operosa fattrice tanto cara ai suprematisti, decide di scappare coll’amoruccio suo, e non fa niente che anche tra loro le visite al pronto soccorso si sprecano, un sogno é un sogno. (Anche qui, se vi serve un minuto per meditare sul senso della vita, fate pure con comodo.) Finisce che Tonya, che adesso ci crede come e più della madre, al voler diventare la migliore al mondo ora si dedica anima e corpo, quel corpo dai modi spicci e diretti dai costumi improbabili, che tutti si chiedono come fa a star su per aria ma ci rimane a sufficienza per uno di quei miracoli che si avverano solo nell’ultima mezz’ora di un film di Natale.

Cade male Tonya, su quello strato di ghiaccio sottile e sassi coperti di neve chiamato vita; le ferite ormai le risciacqua con le tazzine ed i piatti di una bettola, pattino sbeccato. Sarà l’unica che ci credeva davvero oltre a lei a darle un’affilata in stile Delta Force (*) per spedirla (di nuovo) alle Olimpiadi. Il diavolo, mascherato da becera stupidità umana, ci mette la coda; nell’oretta di narrazione successiva, ne sono sicuro, avrete la voglia matta di prendere ogni singola persona che spunta in scena e mannaggiatutto resettarla a suon di schiaffi (non spoilero anche se é una storiaccia di pubblico dominio, ma permettetemi di dire che meglio di così, quindi peggio di così, non si poteva rappresentare).

E quindi mai come in quegli anni, dove il potere eucaristico della TV era ancora diktat ecumenico, la storiaccia viene masticata e digerita più e più volte, fino al martelletto battuto del giudice che sancisce, conferma, defeca via la ragazzotta spiccia dell’Oregon da quel mondo fatato. Tanto vale riciclarsi, nel finale, in quell’altro sport che, oltre al pattinaggio, le si è inciso per bene sulla pelle.

Titoli di coda, sottotitoli (in originale rende che é una bellezza), una colonna sonora da padreterno, un Oscar più che meritato, un altro che se lo davano non ci perdevano niente, una che dovete guardarla almeno un quarto d’ora prima di capire chi è, ed un ricordo di volenterosa speranza per tutta quella torma di ragazzi e ragazze, bruniti dal sole del 46° parallelo e già fatti grandi negli occhi, sperando che non siano solo carne di macello.

(*) Si parlava di colonna sonora: se a questo punto preciso non vi alzate in piedi per fare headbanging o air guitar, pure solo alzare le corna al cielo, non siete persone divertenti. Ve lo dico da amico.

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