Arv’dse.

Partii senza troppa fretta, nella pioggerella che ormai uniformava i giorni già da ben oltre una settimana. Cambiava la temperatura, a volte infittiva, ma quel triste ritaglio di meteo anglosassone si era perdutamente innamorato della zona, e nel farci i conti le mie scarpe ancora estive non mi aiutavano in nessun modo. Ero diretto poco distante, ad una mostra di un pittore locale; tra coincidenze e ritardi all’ora di pranzo sarei arrivato ad Alba, terra di tartufi e nocciole.
Il dovermi spostare in Alt’italia era sempre accompagnato da un velo di disagio, più o meno palpabile. Mi muovevo tranquillo, ma cercavo improvvisamente punti di riferimento, di ricordare quanti più particolari possibili di un certo posto o di ripetere più volte il nome di una strada. In tanti anni da viaggiatore ero sopraffatto dall’idea che, tra le tante caratteristiche del Nord, ci fosse anche quella dell’intercambiabilità totale: entri in una strada di Torino, passi per Trieste, svicoli a Verona e ti ritrovi a Castelfranco. Un tesseract agitato e demente pronto a inghiottire di qua e sputare a qualche meridiano di distanza.
Il paesaggio che correva fuori del finestrino convalidava le mie teorie complottiste: le campagne assolutamente piatte del torinese passavano scarne di ricordo e, complice il tempo, prevedibili. Chiunque abbia letto almeno tre pagine del libro Cuore ha già idealmente percorsi quegli spazi, e almeno per come la vedo io, ha perso ben poco.
Una coincidenza da attendere per una mezz’oretta a Cavallermaggiore mi spinse a esplorare, almeno il circondario della stazione. Feci giusto il giro dell’isolato, fra le casette impaurite che traevano a sé i muretti con dita di edera, e cartelli di compro oro a ridare fisicità temporale al quadretto sabaudo. Architetture che giù avrebbero fatto pensare ad una vecchia stazione, qui erano la regola abitativa, variata in una teoria di paglierino e grigio nuvolo.
Da lì ad Alba il viaggio fu più interessante, la campagna si era rimboccata su sé stessa ed il trenino, più che procedere, navigava nelle onde di terra molle. La nebbia fuggiva indolente, lasciando a terra scatoloni interminabili di cemento armato e casette sfondate e perse tra i vitigni. Ad un tratto, con un ultimo spasimo, i binari scivolarono giusto in mezzo alle fortificazioni industriali: eravamo arrivati.
Alba accolse con l’afrore delle nocciole tostate, saporitissimo, ma come il resto del Piemonte di quel giorno non offrì molto da tenere di conto. Solo l’orizzonte mongolo, bluastro delle fabbriche e sfumato via dalle ciminiere. Un panorama meccanizzato da cui scappati ben volentieri.

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