Of course… But maybe…

La mia compagna (che per inciso ha sempre ragione, e non perché sono uno di quegli ometti panciuti che danno ragione alla moglie per non prenderle, ma si dia il caso che la ragazza in questione ci veda lungo) mi dice che devo scrivere quando sono incazzato per qualcosa. Ergo, scrivo. Svolgimento.

La mia bella profilazione Google, che ci tiene tanto a tenermi informato mentre un suo tecnico sorridente mi strappa dei capelli e li mette in una provetta col codice a barre, mi ha sputato fuori l’ennesima storia lacrimevole del buon padre di famiglia, maltrattato dalla ex moglie e dalla giustizia (sicuramente entrambi comunisti), che senza un soldo né il meritato calore del desco, si costringe ogni sera all’addiaccio in umili sedili di furgone, risvegliato dai dolori e dal freddo. Che pena signora mia.

Giustamente, la pornografia del dolore non si poteva fermare al primo articolo strappalacrime, e quindi a seguire, il triste destino di una famiglia unita dell’allontanamento della prole e da un tetto fradicio, che lì per lì può crollare sulle loro misere cose (foto annesse di materassi per terra e mura scrostate); il dramma sociale dei genitori che chiedono la buona morte per i figli, sorridenti marionette afflosciate dal male; e un altro paio di titoli da scalzacani free-press, palesemente tradotti alla bell’e meglio da qualche vecchia “spalla” del Sun o dell’Inquirer. Hashtag “storie”, che nella nostra concezione “punta e clicca” dell’informazione diffusa viene ad avere lo stesso peso, giusto per un genuino confronto, dei popoli indio brasiliani a cui stanno letteralmente radendo al suolo l’esistenza, con la complicità attiva di uno stato che fin nella bandiera si eleva a baluardo di ordine e progresso.

Ho passato una brutta estate, posso dirlo ora che ne ho messo fuori il grugno. Ma ho fatto esperienza, anche perché dopo un certo numero di volte che cadi puoi sempre tentare la carriera da stuntman. Diciamo che la procedura é sempre la stessa: non rialzarti immediatamente se non hai prima controllato se non c’è nulla di rotto, ritorna in piedi a piccoli passi. La spiegazione per il ritardo e gli abiti sporchi, se serve, ti verrà in mente lungo la strada. E quindi, per un sentimento che non è cinismo ma forse è proprio quella pietà che quei solerti copia-incollatori freelance speravano di risvegliare (bravi, ci siete riusciti, se capitate dalle mie parti vi pago pure il caffè alle macchinette) non voglio prendere parte al fatalismo. Con una ragione di tutto rispetto, solida e grezza, e come tale sgradevole ai sensi: la pressione evolutiva.

Non parlo propriamente della rupe spartana, che a voler decontestualizzare sembra tanto un argomento da intellighenzia neonazista, però mi si perdoni se mi chiedo: i poveri, i reietti, erano già agli angoli delle strade anche quando si sgozzavano capretti per buon auspicio? Perché ora sono diversi, perché adesso ognuno di questi poveri cristi, che senza dubbio ha le sue sante ragioni, chiede a gran voce un aiuto a termini indefiniti per tirare avanti? In termini economici, di tempo, quanto deve costare all’individuo ed alla società la pietà verso un singolo individuo, prima di diventare molesta? Certo, ho ancora in testa il robusto disoccupato del baretto di provincia, che con la Peroni in mano e l’altra a schiacciare bottoni della slot, concludeva una discussione dichiarando “abito qui da cinquant’anni, già solo per questo mi devono dar da mangiare” – lo stesso ometto che si smazzava nei campi per tre mesi l’anno, il minimo necessario per prendere la disoccupazione come bracciante – e potrei non essere del tutto obiettivo, ma non riesco a soprassedere.

É necessario aiutare il prossimo, se vogliamo che l’umanità continui ad essere considerata tale, lo dobbiamo alle nostre coscienze. Ma forse, di quando in quando, se tra gli ingredienti grezzi e la pappa pronta a finire é sempre e solo la seconda, il problema non è in chi la mangia, ma in chi preferisce pulirsi la coscienza in fretta piuttosto che risolvere realmente i problemi.

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