Cars 3, la dottoressa Peluche e la delega delle responsabilità.

Stamattina mi sono svegliato con la consapevolezza che non diventerò mai un ferroviere, perché a conti fatti sono meglio di un ferroviere. Faccio più cose, prendo più soldi, conosco più gente; ma non avrò mai la possibilità di mettere la divisa nera col filetto rosso e lo stemmino in petto come un ferroviere (a meno che non ne trascini uno in un vicolo scuro e lo lasci in mutande, ma quello probabilmente prevede conseguenze penali ed altre cosette di cui i miei parenti potrebbero vergognarsi, in futuro).
Così come sono abbastanza certo che da qualche parte qualcuno si è svegliato sicuro e consapevole che non sarà mai un soldato, o un medico, o un astronauta. Ora si portano tanto i “tecnici”, gli specialisti di settore che conoscono il mestiere quasi sempre meglio dei diretti interessati ma no, tu quello non lo sarai mai. E, a quanto ho potuto constatare con i fatterelli che racconterò, é qualcosa con cui iniziano a convincerti fin da piccolo.

Musica, prego.

Scena uno, interno giorno festivo. Due tizi stravaccati su un divano – a cui daremo per comodità di narrazione i nomi di “io” e “mia figlia” – rubizzi e ben rimpinzati di cibo, che guardano i cartoni animati. E c’è questo draghetto giocattolo che sta facendo qualcosa tutto allegro, quando inesplicabilmente (e ditemi che nelle puntate della Dottoressa Peluche non c’è la stessa casualità che lega Jessica Fletcher al tasso di omicidi a Cabot Cove, a conti fatti più pericolosa di una periferia salvadoregna) il giocattolino si sfracella. Chi corre di qua chi corre di là, alla fine la bambina urla “Presto! C’è bisogno di un’ambulanza!” Ed ecco che compare l’ambulanza, si spalancano i portelli ed esce… Un medico? No! Un infermiere? No… Meglio! Un tecnico di supporto a forma di volpina antropomorfa, con la tuta grigia tecnica, lo zainetto tecnico e i modi spicci, perché si sa che i tecnici sanno il fatto loro e toglietevi da davanti che c’abbiamo da fare. Con due mosse arravoglia il giocattolo sfrantummato e lo infizza nell’ambulanza, a lui, all’infermiera ippopotama (che é veramente un ippopotamo e non una vecchia chiattona fetente con la voce gutturale e quattro denti in croce, che poi magari la gente dovesse dire che faccio #bodyshaming) e un pupazzo di neve genuinamente robbertino, che fa la parte della coscienza triste dei giocattoli e che farebbe ammosciare l’imbottitura pure a Ercolino Sempreinpiedi. Praticamente fa già tutto lei, anzi deve pure scansarsi da dosso all’ippopotama che come una chiattona fetente in una cristalleria pare che niente fa e pure fa danno. Arrivano all’ospedale e la dottoressa Peluche ringrazia il tecnico di supporto canide, che con la posa ispirata di chi solitamente indossa un mantello svolazzante con delle iniziali dorate, guarda lontano e dissimula dicendo “beh, é solo il mio lavoro”.

Scena due, interno pomeriggio. I due tizi di prima, sempre ben rimpinzati di cibo e stravaccati nelle poltroncine del multiplex più vicino, che guardano “Cars 3”. Apoteosi del fallimento come riscatto, sometimes you win sometimes you learn e foto con scritte, che su LinkedIn mi dicono si chiamino motivationals ma si leggono ué bellissima frase buongiornissimo anche a te; la scattante automobilina con il microfono stile Jill Cooper che alla fine collassa sotto il peso dell’impotenza, la cabrio-Stevejones che un detto e un fatto gli ha dato la sentenza e, considerando che ha finito pure il nandrolone probiotico, sta per arravogliarsi il filo del freno a mano dentro al cambio (apro a proposito una breve parentesi tecnica, a chiunque voglia darmi una mano nell’immaginare come si possa impiccare una macchina con gli occhioni e seri problemi di dipendenza) quando ecco che spunta il fino a tre minuti prima incompetente corridore al tramonto che si, credo in te ma chitammuò datti una mossa sennò qua non ci smarcano manco il biglietto del parcheggio (che in un mondo fatto di veicoli a motore é aberrante come quando si finiva a mettere le mamme in mezzo durante le discussioni tra bambini). Finisce che vincono tutti tranne la cabrio, che scopre di avere le candelette sporche di olio esausto allo stadio terminale, e dopo aver dato alla luce l’ennesima cazzata consumistica di affezione ed aver guardato dritto dritto nella macchina fotografica con aria furba e frase in Times New Roman sulla destra, si ritirerà a vita privata dopo aver finanziato una fondazione, che in realtà é un ecomostro governato da un regime fascista e che si è mangiata una piccola regione californiana (l’ultima parte la dico io qua, alla Disney é ancora un tabù molto forte parlare di candelette azzuppate). Però, stranamente, suona sempre come si, tu inizia a fare il tecnico, che magari poi, un giorno.

Una volta un brav’uomo raccontava la favola dell’Operaio Meraviglioso, che tutto fa e a tutti insegna umilmente, pure a quelli con la laurea; considerato che oggigiorno nessuno vuole più tirare la carretta con le pietre, ma più verosimilmente quella con gli sfaccimma dei denari, il mondo del lavoro si è inventato questa cosa zoppa, del “supporto” che esiste solo se c’è la parte che non ce la fa a far da sola. Una specie di mutua prostituzione… O forse solo diversa disposizione delle priorità? Meglio partecipare da protagonisti, con uno stipendio fisso che di questi tempi é meglio non sputarci sopra ma che non ti lascia spazio di manovra per quanto é secco? Si, ok, tutto bellissimo, ma non farti mai venire un mal di denti o, semmai, di schiattare, che altrimenti conviene più che finisci in un sacco di plastica in fondo al canale più vicino. Allora meglio vivere da surrogati? Da seconda fila sorridente, che stringi stringi é quella che affronta la montagna di merda con la pala spuntata e i figli a casa che devono comunque mangiare, magari in una casa lontano lontano?

Si propone dibattito.

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