digressione E perché te ne sei andato?

Ho avuto modo di farmi qualche domanda l’altro giorno, mentre si chiacchierava di varie cose tra colleghi.
Il mio lavoro (e se ‘mmocc’ a Vercingetorige non ve ne siete accorti toglietemi il saluto) é una delle tante microscopiche rotelline che fanno muovere il settore ferroviario, ovvero l’interessantissimo mondo dei treni, tram e metro. Chi le prende per andare al lavoro o per andare dalla nonna o dal moroso non si accorge quasi mai – e non deve, ma ne parlerò più avanti – di tutto il lavoro che serve per muovere letteralmente tutta la baracca. Il treno di per sé é solo una specie di lungo pullman con un sacco di ruote di ferro, che a sé stante non é utile nemmeno come fermacarte. C’è bisogno di binari per farlo muovere, segnali per dirgli dove fermarsi, stazioni per poter essere effettivamente utilizzato, e depositi dove aggiustarlo. Insomma, una baracca veramente ampia e parecchio complicata. Chi la comanda non me lo chiedete perché dopo tanti anni ancora non lo so, ma di sicuro non i passeggeri. Inoltre, ci sono due cose di cui ho quasi la certezza: primo, la teoria é spesso opposta alla pratica; secondo, non esistono percorsi logici e lineari. Spiegazione? A tempo debito. Per adesso basta sapere che il passeggero medio, dal momento in cui entra in stazione a quando ne esce, a tutto deve pensare fuorché a se e chi abbia mai potuto aggiustare quel treno o quell’apparato. Se il passeggero medio lo fa, quel determinato coso é stato manutenuto male. E non deve succedere. Mai.
(E qui potrei citare quel gran figlio di buona donna d’un capotronco che, entrando in classe per dirigere un corso, senza nemmeno presentarsi esordì con: In ferrovia si muore anche ad un chilometro all’ora; ce lo fece ripetere tre volte, e solo dopo ci disse chi era. Sant’uomo dalla pelle di cuoio, chissà che fine ha fatto.)

Vabbè, sto divagando. E ora sapete troppe cose. E quindi dovrei uccidervi.

La questione é su CHI ci lavora. Escludendo gli operatori ufficiali – FS e municipalizzate, per capirci – c’é un fitto sottobosco di ditte esterne che si occupano praticamente di qualsiasi cosa, ognuna a coltivare il suo piccolo orticello nella tenuta del mezzadro statale. Per quanto riguarda i treni (intesi come i cosi grossi con le ruote di ferro di cui sopra) tra piccole e grandi ditte esterne ho calcolato siamo in due-tremila e giriamo. Quasi come i testimoni di Geova, con la differenza che il citofono é uno solo e puoi stare certo che se riesci a metterla in saccoccia a tutti e bussare c’hai lo sgurz di Paolo Rossi.

Le presentazioni tipo, nel nostro lavoro, partono con quella che in gergo zoologico é definibile come annusata. In un paio di frasi si snocciolano le ditte, i depositi e le persone con cui si é lavorato, e l’altra persona a sua volta conferma o smentisce con notizie più recenti che lui o quel tale collega hanno raccolto sul posto. In media, dopo meno di dieci minuti si arriva alla conclusione che i due hanno lavorato o nello stesso posto o nella stessa azienda oppure con quel tale collega. Stabilito il collegamento, la frase che ricorre più spesso dopo, in tema di salti di ditte, é

e tu, perché te ne sei andato?

E in quel caso le risposte (o le scuse) si buttano. Roba alla Jake Blues, ma con meno lingua.

Spesso e volentieri mi ritrovo a dover dare delle spiegazioni per il percorso che ho seguito. Ho fatto delle scelte che ho pagato a caro prezzo, ma – con quello che ci ho guadagnato – con lungimiranza. Per molti con cui mi sono confrontato però, ho fatto salti nel vuoto, avrei potuto adattarmi.
E perché. Capisco lo spirito di adattamento, il branco che si perpetua nella scelta del singolo di restarci eccetera, ma é l’eccezione a portare nuove chances. Ergo, c’è sempre bisogno della scheggia impazzita.

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