Chi (ci) salverà (da)l sottoproletariato?

Esatto gente, stamattina mi sono svegliato polemico. Ho proprio voglia di tirarmi questioni in giro per la rete, ok?

Cioè, a parte alcune situazioni che stanno travalicando il confine tra ‘a ‘mmicizia e ‘a sfaccimm’ r’a cunferenza (come diceva troppo spesso un mio mentore) in effetti la prurigine per la polemica c’è, a cominciare dal titolo.

Ho letto questo interessante articolo del Washington Post, che l’omonimo nostrano si é preso la briga di tradurre senza troppi commenti. (Ammissione dell’autore: ho provato a leggerlo in lingua originale, ma il mio inglese non é perfetto, volevo capire bene dove voleva andare a parare e, almeno su questo, i ragazzi di Sofri sanno il fatto loro. Dico questo perché non seguo più il Post col piacere di prima, a causa di scelte editoriali e d’appeal non necessarie e che mi hanno lasciato perplesso.)
La domanda che pone il giornalista é tra le più semplici, e quindi legittime, che si possano fare. Stiamo decidendo chi andrà a occupare la carica di presidente degli Stati Uniti, quel tizio che quando nei film di fantascienza arrivano gli alieni assetati di sangue o quando in quelli catastrofici la Terra sta per essere spazzata via da un rutto cosmico solitamente si chiude in una stanza con una fatta di gente preoccupata in uniforme e decide per tutti e otto miliardi di cristiani. É giusto che la sua elezione sia una scelta condivisa da tutti, ma vogliamo accertarci di quali siano i criteri con cui viene scelto? É possibile stabilire scientificamente qual’è la forza che attrae verso un determinato candidato piuttosto che un altro?
Certo, ci risponde Harsanyi: a quanto sembra, é la pubblicità, e non intesa come munificenza pubblica, e nemmeno come senso etico comune e condiviso; proprio la stessa pubblicità che determina la bibita gassata o i rasoi più venduti. Avvilente, vero? Arriveranno gli alieni e ci succhieranno via a tutti il grasso dai piedi, solo perché la scelta decisionale é finita in mano a quello col migliore ufficio del marketing.
Possibile? Certo. E come l’hanno scoperto? Con un sistema rodato, che l’America stessa presenta a chi fa richiesta di soggiorno: un semplicissimo esame di educazione civica.
A quanto pare, il predicare bene e razzolare male é pratica comune sul nostro pianeta.

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(In figura: freddo e paura a ovest di Gibilterra.)

Tornando da noantri, colgo lo spunto e allargo in maniera devastante il tiro: esiste il metodo per eliminare il vallo della soglia di sopravvivenza civica?

É tempo di elezioni anche in paese, e ad ogni elezione che si rispetti si accavallano furiosamente comizi su comizi. Le chiacchiere, ovvio, stanno a zero; i temi preferiti sono o non avere nessun tema, o attaccare l’avversario fin nell’ultimo pelo non perfettamente irto e setoso. Per quanto serve, é già fine ars oratoria. La combine é a monte, a distanza quasi di ere geologiche dal momento in cui il candidato di turno, perso ‘o scuorno, sale sul palchetto e dice eccomi qua. Inciuci, maneggi e maneggini, promesse, strette di mano, ma pure strette al collo. Mi dicevano dalla regia che nell’antica Roma i mezzi erano gli stessi (i fini differenti: il raccomandato era accompagnato dal raccomandante – che oltre ai soldi ci metteva pure la faccia – per dire che Tizio Caio Sempronio era più adatto, poniamo, di Numerio Negidio. Scannati o non scannati, quelli comunque hanno fatto i comodi loro per quasi un millennio.) Quindi, parlando per scuole alte, cui prodest?, se alla fine a decidere sono quelli abbagliati da quel poco di sostanza che riescono a grattare sul momento?

Proponiamola, alla fine, una patente elettorale, come proponeva qui nei commenti il buon vecchio Komanski Lake Joe. Distribuiamo all’Italia delle cento province campaniliste un bel manuale di educazione civica, che fosse anche a fumetti o scritto bello grosso, é il fine che conta; dopo un tempo X, diamo a tutti carta, penna e un esaminatore incazzoso alle spalle, e poi l’orale. Chi é adeguatamente formato ha la possibilità di scegliere il suo prossimo problema, perché ha acquisito non la libertà, ma la facoltà di scegliere.

Il vero problema del sottoproletariato é la sua stessa esistenza; qualcuno sbotterà dicendo e grazie al Grazio, se prendi un valore X come riferimento ci sarà sempre qualcosa sopra e qualcosa sotto; oppure (i miei preferiti) se la caverebbero con un assist per un perfetto reductio ad Stalinorum prima ancora della fine della frase.
Avete ragione. Se avessi voluto seguire la linea di pensiero che mi ha spinto a scrivere questo post avrei già tentato di organizzare delle visite guidate alle Solofkji, per fortuna non sono un politico professionista.
Non si può cancellare ed epurare il sottoproletariato semplicemente facendolo sparire, pieno-vuoto; bisogna trasmettere gli strumenti utili alla coscienza di sè e per sè; chi vive aggrappato a una volubile mammella elettorale – che é rassegnato nell’idea di essere buono solo a fare numero, nel seggio come nelle statistiche, castrato in un vortice consumista che lo vuole prolifico solo per mettere al mondo nuovi clienti – deve riuscire, con le sue forze, innanzitutto a comprendere appieno la sua situazione, e poi a cercare di uscirne. Le alternative alla schiavitù esistono… Se ne sono accorti anche gli americani…

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7 comments

  1. Io da mo’ che dico che bisogna (bisogno fisico, un po’ come…esatto, quelle cose lì), eliminare il suffragio elettorale. Prima un esame, se passi puoi votare, altrimenti ripeti. E ogni tanto ti richiamo e te lo rifaccio e se sbagli ti tolgo i punti, come alla patente. Chi fa l’esame? Chi decide i voti? E va be’, ma mica posso pensare tutto io. Fate qualcosa anche voi!

  2. se sei pirla o boccalone non voti per manifesta incapacità
    se sei avveduto e intelligenti non voti per autostima

    detta in spiccioli, se appartieni al sottoproletariato hai bisogno di un Capo, quel Capo utile a capitalisti e lobbisti, non solo, sempre lo stesso Capo ha l’incombenza di allargare con ogni mezzo, anche le armi, il proprio perimetro di influenza. Il suddetto Capo deve essere anche abile nel trasformare in valori assoluti le nefandezze… SIGNORI… ecco a voi l’America.

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