Recensire ignorante (ma onesto): David Bowie, Earthling.

Sono alla sesta bozza riscritta e cancellata, di questo passo finirò per avere le strisce in mezzo allo schermo.

Volevo parlare della scena musicale in cui é nato quest’album, ma non lo faccio non per timore di sbagliare – non stiamo mica riscrivendo l’Odissea, che diamine – ma piuttosto per una certa insofferenza ai cacacazzo; sommando a questo il problema dell’informazione in rete, ma anche solo gli estremi del problema (torme di boccaloni + pattuglie acrobatiche di debunker pronti a farti passare per un idiota disinformato) ho preferito rinunciare.

Avrei voluto parlarvi del 1997, che oltre ad essere l’anno nella cui tenebrosa e cruda distopia dei primi anni ottanta gigioneggiava questo sparamimpetto qui

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e in quella degli anni novanta (che, ammettiamolo, tra cape cotonate e gilet di jeans con le maniche strappate c’aveva proprio poco di novanta) se la comandava questo tizio qui col suo canna mozza

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(chissà perché ora ho voglia di fare tiro al bersaglio, sarà l’acqua, sarà la macina) é stato anche l’anno in cui é uscito questo album. E anche qui, puntualissima, l’ansia da troll saccente mi ha impedito di continuare. E quindi tu, amico lettore che alla fin fine ma chi cazzo ti conosce, ti chiederai infine dove voglio andare a parare, se sto da mezz’ora a fare quello sì, quello no alla Pierpaolo degli Squallor.
Niente, alla fine mi sono risolto a parlare delle mie sensazioni, che sono già opinabili a prescindere. E, visto che la settima cancellatura é dietro l’angolo e a perdere interesse nelle cose sono una campione, cercherò di essere breve.

Earthling é un album nuovo, ma non nel ’97, é un album nuovo ora. Energico, pulito, eppure svela angoli dissonanti, freak. É lontano dalle atmosfere dickiane di 1.Outside (ottimo trip album, ma di cui non ho capito bene la gestazione: é Bowie ad aver convinto Eno, o il contrario?) e in qualche modo tasta il polso alla società, che da un lato sente il bisogno di una accelerazione mentre dall’altro cerca di riprendersi il tempo necessario, riscoprire e reinventare filosofie escatologiche (new age le chiamavano). Come potevamo aspettarci, Bowie le unisce e le cavalca senza sella con pezzi veloci, zeppi di campionature, senza dimenticare intermezzi fottutamente rock.
Grande, grande, grande album.

La chiudo secca e brutale, con quella che mi é sembrata un’ottima associazione audio/video.

Alla prossima, balordi.

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