Mercoledì polpettone.

(Si estendono in nuovi campi le crocette al fegato.)

(Prima di smadonni e simili: sono opinioni personali. Evitiamo appiccichi, ditemi dove sbaglio e andiamo tutti avanti.)

Prima o poi doveva pure succedere. Ch’ cazz’e storia.

Io faccio l’operaio. La mattina mi sveglio presto e vado a lavorare. Avvito grossi bulloni, dò mazzolate su pezzi di ferro, sbraito, mangio con la bocca aperta e faccio rutti che ammazzerebbero una generazione di pulcini; torno a lavorare, mi pianto le dita in cose affilate e jastemmo santi e madonne. Poi torno a casa mia, mi lavo, mangio, sto un poco con la mia famiglia, e se in tutto questo mi avanzano dieci minuti prima di stramazzare a letto come l’ultima delle chiaviche, o guardo la TV con un occhio solo, oppure leggo, oppure udite udite, SCRIVO. Sono perfettamente cosciente di non avere chissà quali capacità nè chissà quali aspirazioni, ho aperto qualche anno fa questo spazio e, più che scrivere, mi esercito a farlo. A pensarci, chissà quanti ciabattini inglesi avrebbero potuto eguagliare in grandezza Dickens o Carrol, e non lo sapremo mai perché facevano diciannove ore di lavoro al giorno per la mera sussistenza e non gli avanzavano nemmeno gli spicci per carta e calamaio. Da questo punto di vista, visto che comunque per ogni cuollo di papera abbiamo uno smartphone in mano, cerco di sfruttarlo in modi meno standard, e non sia mai che dico creativi! Più avanti vi spiego pure perché.

Ora, come ci sto io, che per lavoro faccio l’operaio avvitando grossi bulloni e mi affaccio cauto alla scrittura, da qualche altra parte del pianeta c’è qualcun’altro che si affaccia cauto al serraggio dei bulloni ma per lavoro fa lo scrittore. Anche lui avrà le sue abitudini mattutine, anche lui fa la spesa, anche lui in un modo o nell’altro paga le bollette. La differenza di fondo tra un operaio e uno scrittore (che secondo una visione marxista puramente teorica sono entrambi produttori, uno di beni fisici, l’altro di cultura) é che, nel bene o nel male, al mondo serviranno sempre dei manufatti lavorati per assemblaggio. Infatti – e ciò é un imperdonabile errore – sembra che il mondo abbia più bisogno di tostapane o di elettrotreni che di idee. Sembra proprio che delle idee, in quanto intangibili, se ne può anche fare a meno; e quelle residue, se eventualmente ne restano, sembrano avere una scadenza sempre più rapida.

Tra gli operai ci sono precise distinzioni, scandite da vari contratti a loro volta suddivisi in vari livelli. In fin dei conti a noi ci coccolano: a parte la smargiasseria di pochi, l’operaio può dimostrare il suo valore in due secondi, semplicemente sfoderando una busta paga. SEI QUELLO CHE GUADAGNI, punto. (Poi ci sono casi limite, che andrebbero trattati coi Comitati di Salute Pubblica di giacobina memoria; li ricordiamo con la rabbia che meritano ma purtroppo per il momento li escludiamo.) Esiste qualcosa del genere per l’artista, in questo caso lo scrittore?

Si e no. Si, perché (per esempio) Stephen King potrebbe dare a mangiare ventordici generazioni di Fabii Voli, e forse neanche accorgersi di star dando loro da mangiare. No, perché escludendo l’oligarchia dei grandi scrittori universalmente riconosciuti come tali, c’è una fittissima foresta senza leggi di scrittori e allitterati vari. Domanda: come si stabilisce in modo incontrovertibile il valore di uno scrittore?

Coi soldi? No, perché Verlaine (e parecchie pareglie di giovani talentuosi come lui) sono morti letteralmente mangiati dai topi, e oggigiorno c’è chi schiaffa trenta euro sul banco di una libreria per Fabio Volo. Dico, Fabio Mannaggiasanbasiliovergine Volo.

Con i lettori? E siamo sempre lì. Lettori = soldi = pure ‘sto mese abbiamo apparato per l’Enel. Poi, se scrivi una chiavica, il problema diventa di chi ti legge dal momento in cui la cassa sputa scontrino e resto. (Nota a margine: non tentate di giustificare cose artisticamente deprecabili solo perché sono gratis. Nessuno, a mio avviso, é autorizzato a priori ad offendere i sensi di qualcun altro basandosi solo sul fatto che la spesa é tutta sua. Esiste il diritto di replica, santo cielo.)

Cauta apertura: con le idee? Giusto! Le idee! Perché non c’ho pensato! Grandi! Bravissimi! Ora vengo a casa vostra e vi porto un cestino di arance! Anzi, una batteria di pentole col fondo alto un centimetro! E ai primi cento, il mitico Califfone Atala! E se vi dico che le idee non servono a una schiera cherubina di minchie?

Qualcosa rimane, e stranamente non c’entra nulla con la scrittura. É la sensazione. Ve la faccio breve.
Andate da quel vostro conoscente, quello spocchioso che dice che ne capisce, e ditegli di aver letto un romanzo di Dick chiamato Mary e il gigante. Probabilmente il vostro amico vi tirerà fuori tutta una prosopopea sul Dick fatto ad acidi che vedeva gli androidi, venti volte la locuzione futuro distopico e compagnia bella. Il vostro amico probabilmente non sa che Mary e il gigante é un romanzo di formazione di Dick dei primi anni cinquanta, su una ragazza che fa una chiavica di vita in un normalissimo paesino americano; però ha associato il nome agli acidi e agli androidi e quindi tutto quello che può aver scritto Dick deve, a sensazione, parlare di queste cose.
Altro esempio? Seguite l’artista X da tempo, siete interessati a quello che fa, se possibile lo consigliate agli amici. Domattina presto, mentre siete mezzi addormentati in metro, X pubblica su un social a piacere la notizia di aver realizzato qualcosa di nuovo. Ora, se avete il sonno pesante da treno come me, c’è poco da discutere: aprite giusto un occhio, prendete lo smartphone, piazzate il “mi piace” e tornate a dormire, poi dopo vedo cos’è. Anche qui, a sensazione, pensate che se tutto ciò che ha fatto sia buono e vi é piaciuto anche quest’ultima cosa lo sia, a prescindere che potrebbe avere la stessa valenza artistica dell’indigestione di un alano in mezzo al salotto dieci minuti prima di pranzo. Può succedere, perché no? Ma X, dall’altra parte della barricata, può farsi forte anche di questi like per continuare a definirsi “artista”.

Fatte queste premesse tentiamo di dare una risposta all’ultima, fondamentale domanda: che succede se a un artista in genere mancano le idee o finiscono del tutto? Si ritira a vita privata e si dedica all’orticoltura? In un mondo onesto e corretto, in un mondo legittimo, potrebbe essere una soluzione. Più semplicemente, o copia, o rimesta la marmitta. Ma anche qui c’è bisogno di una certa vena artistica: a copiare pari pari é bravo anche un bambino di prima, così come a presentare un polpettone di idee ritrite é buono un qualsiasi top ten Amazon. Ciò che salva la faccia ad un artista del CTRL+C CTRL+V é quella sensazione di cui vi parlavo, per cui non è detto che il nuovo che piace sia necessariamente innovativo; anche perché, se fosse troppo distante da ciò che ha fatto fino a quel momento potrebbe non essere più riconoscibile, specie al social-pubblico.

Morale, e chiudo perché é domenica e certa gente non merita il mio fegato, nè nel mio giorno di riposo né mai: se volete dedicarvi a qualcosa di artistico, non abbiate paura di essere differenti da quello che siete, ma vi prego, VI PREGO, alzate l’asticella, tentateci, che ad abbassarla é un attimo.

(Ad esempio, ci sono questi ragazzi qua che fanno cover, tipo questa dei Red Hot Chili Peppers; ma puoi mai dire che é una copia?)

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Un commento

  1. ma dove stavi intrufolato! mo che ti ho trovato…! gnac gnac! ecco, non saprei commentare in maniera intelligente ma… son daccordo! 😀
    vuoi una fetta di polpettone? o una pulpettiella???

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