Recensire ignorante: Ruggiero Leoncavallo, I pagliacci.

(Sto scrivendo in treno, mentre cerco di trattenere lo stomaco che ha voglia di uscirmi dalle orecchie, su questo Frecciargento che ad ogni curva mi ricorda perché gli ETR480 li stanno ritirando dal servizio.)

Che storia di merda.

Alla fine sono le solite zuzzarie di paese: c’é il marito cornuto, la moglie con l’infocazione e l’amante – quello che ficca e quello che vorrebbe ficcare – e tutta la gente intorno che si dispiace ma sotto sotto gli piace azzuppare il pane nelle corna degli altri, che vai vedendo sono sempre più saporite delle proprie. Poi dipende: se ci mette le mani Verga, Mascagni o (vivaddio) Leoncavallo, é un saldo capolavoro del verismo italiano; mettici una Gloria Guida e un Lino Banfi e diventa un filmetto da serata che finisce in pugnette tristissime (cui ho scoperto negli ultimi tempi affezzionarsi tutta una scia di blogger, hipster, writer, spruoccoler… Insomma tutta quella risma di cristiani che si laverebbe la faccia con la Vecchia Romagna solo perché l’acqua é troppo mainstream. Mò non lo so se gli piacciono di più i B movie o le pugnette tristi, il dubbio rimane / tra le pagine chiare e le pagine azzeccose scure).
Comunque, c’è questa compagnia teatrale che deve mettere in scena uno spettacolino nazional popolare in questo perineo di paese nel sud Italia. Canio é capocomico, Nedda sua moglie é (e, a quanto pare, fa) Colombina e Tonio e Beppe sono gregari. Tonio, storto come un egizio su un papiro, in piena violazione della regola aurea che vuole il cibo e la cacca in luoghi distinti, si terrebbe benvolentieri Nedda, che com’é ovvio appena glielo dice lo sfancula da qui al Venerdì santo. Lui, che già é brutto e storpio, schiatta in corpo e si rivela anche una chiavica di cristiano, quando tra un detto e un fatto adocchia Nedda in compagnia di un pecuozzo locale (tale Silvio, già noto alle autorità). Per togliersi la pietra dalla scarpa va ad allisciare le corna a Canio, che sarà pure innamorato ma non é proprio tutto scemo; va nella fratta e scopre i due giurarsi eterno amore (e qui Castellano e Pipolo c’avrebbero piazzato una coscia della Pamela Prati che manco la direttissima per Firenze, state a sentire a un cretino). L’urlo di chi si sente in un colpo solo tutta la radica d’avorio in testa e Silvio fugge non visto; la disturbata é dietro l’angolo ma Beppe acchiappa per i capelli Canio e lo manda a cambiarsi, ché la gente aspetta. Canio si trucca, cantando la colonna sonora di innumerevoli omicidi della mafia americana (e diocàn, si chiama Vesti la giubba, non Ridi pagliaccio) e va in scena, dove guarda caso fa proprio il cornuto.
Con un fatto di questo ancora caldo e friabile, ma fosse stato pure il Dalai Lama minimo gli parte il chitammuorto; e tra la moglie che lo sfruculea, la gente che ride e pare che ti sta ridendo in faccia alla gloria di san Martino é normale che butta a te, tira a me, la panza di Nedda diventa fodero di coltello. E quando Silvio sale sul palco a salvarla?
Ah! Tu sei!… Ben venga! E ne fa due al prezzo di uno.

Fine (o, più precisamente La commedia é finita sussurrato a 40 hertz), sangue per tutte parti, Herbert von Karajan che pare sta impastando le bombe al plutonio a mano e l’amaro di quando quella volta nel Vasto una vecchia urlò ad una coetanea Columbrina! e se ne chiavarono sante mazzate.

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