E ora, qualcosa di perfettamente normale.

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E quindi? Come la mettiamo?

Il mondo stamattina si é svegliato ed era l’otto gennaio, o forse no, ma tutti abbiamo afferrato il cellulare stracolmo di notifiche con la sensazione di déjà-vù. É successo di nuovo, di nuovo nel ribollente calderone culturale parigino, di nuovo kalashnikov e Allah u akbar. Ma questa volta non c’erano simboli, nessun bersaglio ad alto rischio (escludendo i due o tre che si sono fatti saltare in aria a distanza relativamente ravvicinata da Hollande). Per terra non c’era solo questo o quell’appartenente a un determinato gruppo, ci sono finiti tutti. Gente che era per strada, al ristorante, a un concerto, per i sacrosanti cazzi suoi si é trovata nella linea di tiro e c’ha rimesso le penne, indipendentemente a chi rivolgesse le sue preghiere. Le immagini e le notizie, frammentarie per quei pochi minuti che al giorno d’oggi riusciamo a tollerare, ci hanno appunto riportato a quella grigia mattina d’inizio anno.

É guerra stavolta, urla la Francia intera. Sapremo farvi fronte, già propone sottobanco la droite. Nel mezzo, un carrozzone mediatico sempre nuovo e sempre uguale, chi sa parla, chi non sa straparla e aggiunge benzina al fuoco. La guerra é ora, ce l’hanno messa in cortile, fuori la porta, in salone. E ora ne abbiamo sentito lo scoppio, ci siamo bagnati per l’ennesima volta di sangue, e per l’ennesima volta c’indignamo.

Ma la domanda resta: e ora, come la mettiamo?

Le risposte sono troppe, il vero problema é che sono tante anche le domande. Non c’è un chi, per ora quello che sappiamo é che alcune persone hanno fatto delle cose orribili ad altre persone e poi si sono uccise, e qualcun’altro ha festeggiato. C’è una rivendicazione leggermente più accreditata rispetto alle decine di altre delle ultime ore, ma questo é quanto. Il perché non sarà neanche considerato in quanto labilissimo nella sua apparente fermezza: noi contro loro, loro contro noi. E, proprio come ci é stato fatto notare, un confine tra noi e loro in realtà non c’è. Perché é questa la tattica base del terrorismo, esistere come organizzazione ma non come facenti parte, finché non viene messa in atto l’azione. Ovunque ed in nessun luogo. L’unico ingrediente “rispolverato” dall’ISIS é il sacrificio sistematico di chi agisce, messo in atto soprattutto per credo ma anche per necessità operativa (niente prigionieri, niente informazioni da eventuali “pentiti”). Un morto in più da aggiungere alla lista e nient’altro.
La domanda a cui di sicuro non troveremo una risposta certa, é come. É sempre stata una brutta domanda, perché pretende di mettere da parte la sete di vendetta e di pensare concretamente. Come sono arrivate delle armi da guerra fin nel centro amministrativo di uno stato occidentale? C’è stata attività di copertura esterna al gruppo, e in quanta parte? In che modo si é riuscita ad aggirare l’intelligence francese ed internazionale, l’antiterrorismo, fino al più semplice dei posti di blocco? In che modo c’è stato coordinamento tra i vari gruppi di fuoco? Il loro é stato un addestramento di tipo militare o erano solo dei pazzi bene armati? Domande di cui piano piano si formano le risposte – sembra che uno degli attentatori avesse un passaporto siriano, ma la verità, come detto, é lungi dall’emergere – e che tolgono il sonno. Ci sentiamo nudi e senza difese, se hanno colpito lì lo faranno altrove eccetera. Bisogna rispondere al fuoco? In che misura, e soprattutto, contro chi?

In questo momento, qua e là nel mondo ferito, reale, ed in quello faceto della rete ci si raccoglie intorno ai simboli, ai sopravvissuti, si invoca a gran voce la pace; ma sarà una richiesta vana, il capriccio momentaneo di una folla impaurita nel frattempo che vengano distribuite torce e forconi. Ci sarà ancora sangue sparso, che sia su Montmartre o nella polvere di Raqqa servirà solo alla casalinga della Fortezza Europa a distinguere i buoni dai cattivi, a dare il metro di valore: quanti scalpi musulmani costa la vita spezzata di un occidentale?

Riflettevo, concludendo, sull’attentato a Madrid del 2004. In quel caso, la morte di 200 persone diede una svolta socialista ad un paese, che per quanto possibile ripudiò una guerra che, a distanza di anni, ha solo regolato vecchi conti in sospeso tra vecchi guerrafondai. Oggi, col sangue ancora caldo sull’asfalto, si programmano bombardamenti a tappeto. E mi chiedo:
cosa abbiamo dimenticato in questi dieci anni?

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5 comments

  1. A quanto pare, poi, il passaporto siriano si è rivelato probabilmente un falso.
    Mi fanno paura, tutti questi che parlano di guerre da combattere, bombardamenti da fare, altre persone da uccidere. Soprattutto quando so che quasi certamente non saranno loro, ad essere in prima fila, né da una parte né dall’altra.
    Mi fa paura chi dice che sono tutti uguali, che devono essere annientati, che ci vorrebbero le camere a gas. Abbiamo davvero così poca memoria storica da non ricordare a cosa porta, questa caccia alle streghe? E chi sarebbero questi “loro” da combattere, come distinguere carnefici e vittime di cui fin troppo spesso si fanno scudo?
    Mi fa paura che dei ragazzi che hanno più o meno la mia età possano anche solo pensare di farsi saltare in aria, di guardare negli occhi degli altri esseri umani che muoiono per mano loro. Mi chiedo a cosa quale sia stato il loro ultimo pensiero prima di aprire il fuoco, prima di premere il grilletto, prima di innescare la carica. Hanno avuto rimorsi? Si sono pentiti? Hanno avuto paura anche loro?
    Ma la paura è una malattia contagiosa e da sempre è strumento del potere – di chi la utilizza per limitare le libertà dell’individuo, di chi la utilizza per spingere altri ad agire secondo i loro piani. Ed allora io non ne ho.
    Non ne ho, e mi faccio domande. Mi sforzo di capire.
    Cos’è stato sbagliato? Cos’è mancato ai servizi segreti francesi, alle forze di polizia? Ed a quelli belgi? Per quale motivo sono riusciti ad organizzarsi attraverso la chat della Playstation? In quale falla di sicurezza sono riusciti ad infilarsi – e com’è possibile che riescano ad evitare i potenti mezzi informatici delle coalizioni occidentali?
    Sono stati aiutati dall’interno? E se sì, da chi?

  2. Ricordi il monologo di Quinto Potere? “Ce ne stiamo in casa e lentamente il mondo in cui viviamo diventa più piccolo e diciamo soltanto: “Almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti per piacere! Lasciatemi il mio tostapane, la mia TV, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente ma… ma lasciatemi tranquillo!””.

    Ecco. Ciò che succede è né più né meno ciò che succede nel resto del mondo e che crediamo possa essere ogni tanto distrattamente regolato da qualche preghiera papale, 1 euro donato via sms e qualche bombardamento.

    Quando poi capita di non essere lasciati tranquilli nei propri salotti, col tostapane e la tv (o equivalenti odierni), gridiamo, come delle formiche cui hanno scoperchiato il formicaio, che il mondo è impazzito, il mondo è in guerra e invochiamo soluzioni senza né capo né coda. Proprio come formiche, riversiamo in massa all’esterno odio.

    • Da citazione a citazione: in fondo, a ciò che non é frutto dei nostri lombi o accarezzato dalle nostre mani, che importanza potremmo mai dare?
      Il metodo, Gin. Il maledetto metodo. Sappiamo tutti che l’utopia che ci costruiamo intorno – la TV, il tostapane e la vecchia bicicletta – é per l’appunto un utopia, una realtà fine alla data di scadenza ultima delle cose di cui ci circondiamo. Ora dall’ombra è uscito l’ennesimo uomo nero che incomprensibilmente ci porta via tutto, contro il quale nutriamo una paura così profonda da compiere gesti ancora più irrazionali dei suoi.
      Ora é l’ISIS, prima c’era al-Quaeda, prima ancora le BR e poi a risalire ancora chissà chi altro. Tutti senza volto e tutti capaci di fare qualsiasi cosa… Ma c’è stato qualcuno che si é veramente preso la briga di prendere “faccia e fronte” lo spauracchio e chiedere “cosa vuoi da me”?
      Finché l’uomo nero non ha volto e non ha voce, é semplicissimo diventare peggio di lui.

      • Se ci pensi anche tutta l’iconografia letteraria, cinematografica, insomma di tutte le opere di fantasia o dei miti ha sempre offerto al male una dimensione oscura, ma non in senso intrinseco (il male è oscuro, è ovvio!), quanto come fattezze, riconoscibilità, paludamenti…come hai detto tu, meno lo conosco più posso odiarlo.

      • Ergo, ogni arma è lecita, fosse anche la più spregevole. E se il nemico risponde, raddoppio della dose.
        Parafrasando Einstein: non so nella terza, ma nella Quarta guerra mondiale l’unico a guadagnarci sarà quello che farà la punta a scalpello alle selci.

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