Crocette sul fegato, part II.

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(Seconda puntata – mio malgrado – del servizio incazzatorio personale. Jastemme come se il pataturco non dovesse far più schiarare il sole.)

Prologo: stamattina, al lavoro, mi sono beccato un richiamo da un responsabile per la sicurezza.

Stavi facendo qualcosa di pericoloso, o non autorizzato? No.

Non avevi i DPI? No.

Non stavi rispettando le procedure? No.

Non posso dire cosa sia successo, posso solo dirvi che, in termini di sicurezza del lavoro, starnutire senza coprirsi la bocca é estremamente più pericoloso della situazione in cui mi trovavo in quel momento. Tantopiù che l’imbelle, dopo un sommario cazziatone, non si é minimamente interessato a ciò che stavo facendo (che poteva spaziare dalle riparazioni al piantare atomiche sporche, non importa).
Ora, invece che munirmi di fucile a pallettoni e prendere il posto della selezione naturale nei confronti di quest’omuncolo, dedicherò lui poche parole, nella (vana) speranza che gli dei del Crepuscolo lo colgano prima di subito.

Soundtrack: I zincari, G. Marziano. (Si consiglia l’ascolto non solo per il pathos, ma anche per conoscere a quel figlio di sinarchi di Marziano. Fa bene all’umore.)

Tu.
Tu che sei l’anello di scorta dell’evoluzione, che non ti hanno fatto entrare perché avevano fatto le squadre prima, che i tuoi genitori hanno iniziato a rinfacciarsi l’un l’altra la tua stupidità già nelle trombe di Falloppio.
Tu, bolso ed obeso cucciolo puzzolente d’asino zoppo, che sei riuscito a venire male anche in ecografia; che quando sei nato il dottore é corso a sfogliare gli appunti di ostetricia, mormorando Ma non mi ricordavo che uscivano da quel lato là.
Tu, brutta bestia, a cui il prete al battesimo, per lo spavento, il calice te l’ha tirato dritto in mezzo agli occhi.
Tu, appiccicoso zoticone sudaticcio, che l’ultima volta che hai avuto i capelli é stato giusto quella volta della foto dell’asilo, quando coi boccoli tutti ti prendevano per una femmina (allora), per il culo (poi); che anche Cesare Ragazzi in persona, al tuo consulto, ha preferito reinventarsi nel campo dell’ortofrutta.
Tu, ignobile esserino vestito solo di insulsaggine, che il cognome che finisce in -ano la dice lunga su come tu abbia mai potuto affrontare le scuole medie (probabilmente a testa in giù dentro un cesso); che quando i tuoi compagni di scuola col Tempo delle Mele scoprivano le pere(*) tu hai pensato, babbuino, che si chiudevano nelle stanze per preparare le macedonie.
Tu, coso curioso, che l’unica tetta che hai toccato nella pubertà – a parte quelle di quella santa martire che t’ha messo al mondo – é stata quella prugna secca dell’ottuagenaria zia Bettina, che ha anche coinciso con la tua prima polluzione spontanea subito prima della foto della cresima (un MAI ‘NA GIOIA come mantra secolare); che hai passato l’adolescenza a contare gli scatti delle cassette del Commodore64 mentre tutti gli altri già avevano il 286, il modem a 56k, la Soundblaster, gli amici e ficcavano molto più di te, vecchio bisonte malato buono neanche per il sapone.
Tu, flaccido sacco di stracci sporchi, che hai spezzato le chiavi nel cruscotto dell’auto della scuola guida per così tante volte che l’unica patente che t’hanno dato é stata quella di Topolino; che hai bruciato la frizione in retromarcia per uscire da un garage grosso come un hangar e il primo frontale l’hai fatto fuori dal concessionario con la macchina nuova.
Tu, altisonante scimmia cerebrolesa, superato in ogni esame all’università da gente che studiava un decimo di te e che occupava il tempo restante a farsi come una capra e, com’é giusto, ficcare alla faccia chiavica tua belluina; che sei riuscito in un solo giorno a perdere la borsa con le chiavi di casa, il portafogli, lo statone e la tesi, e peccato che quel giorno lì la tesi dovevi discuterla, escremento di crumiro.
Tu, nullità delle nullità in un universo multidimensionale di nullità, che portavi le corna in testa prima ancora della fedina al dito; che a casa hai l’accappatoio sempre caldo e profumato, i figli (disgraziati loro se ne hai, se a Madre Natura gli é scappato di concederti di procreare: LORO, non tu bestia) stanchi di una giornata all’aria aperta e la moglie col mal di testa fisso e le sue cose tre volte alla settimana. E a tavola vasta scelta, tra pasta al burro e spaghetti aglio e olio – sei della mia zona, you know what I mean.
Tu, funicolare senza corrente, che chi ti ha assunto ha vinto la scommessa di mettere insieme un uomo di merda, un lavoro di merda, un posto di merda e una paga di merda; un coglione così preparato in Scienze della Coglioneria che ha preso l’atlante per compilare, nel contratto, la voce coordinate bancarie.
Tu, inglorioso bastardo, contattato a più riprese da Nicola Zanichelli, bramoso di mettere il tuo ripugnante grugno nel suo dizionario, alla voce imbecille; che se ci fosse il campionato mondiale di minchioni saresti così minchione da prendere la rosolia la sera della finale.
A te, gozzovigliante scarabeo stercorario, cent’anni di salute ferrea, alla fine dei quali ti auguro un solo minuto di consapevolezza su quanto il tuo passaggio su questo pianeta sia stato tortuoso; anzi, ti auguro di vederlo dall’alto, e come disegna bene la parola che più ti si addice: INUTILE.

A te, cretino. Vaffanculo.

(*) Avete notato quanti modi conosco per definire una sana chiantella? Mi compiaccio.

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