Recensire ignorante: E morì con un felafel in mano.

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Rubrica irregolare di recensioni discutibili di cose che ho letto, ascoltato o visto. Si avvisa fin d’ora che ci saranno una marea di spoiler, volgarità e quasi sicuramente per favorire una scrittura ritmica ma rilassata mollerò anche un paio di loffette, che di per sè non è un gran argomento di discussione nè potrete accorgervi della cosa a lavoro finito, ma vai a immaginare ad esempio un Hesse che speretea seduta stante nella definizione del labirinto della notte alle sale Globus per non perdere il filo. Perchè pure la loffa è distensione.

C’è questa brutta casa in questa periferia semiselvaggia di Melbourne, con le pareti rappezzate con le lamiere, e c’è fuori uno grosso che ne prova la resistenza con una mazza da golf e un sacco di rane. Dentro casa ci sono altri tizi che discutono, e tra di loro c’è Danny, che se glielo chiedete fa di mestiere lo scrittore. Ora, ad andare a spulciare i miliardi di film che hanno per protagonista “lo scrittore”, a voler restringere il campo trovate: a) lo scrittore con la fama e i denari che gli escono da ogni buco Madre Natura abbia mai potuto donargli, sorridente infamone che ha nascosto paccate di cadaveri sotto ogni tappeto per proteggere la sua luminosa carriera, e bene o male sono quelli che finiscono sparati dopo venti minuti e vai vedendo l’assassino è sempre la bionda simil-svampita che in realtà è autrice derubata di un triplo premio Pulitzer carpiato con l’avvitamento finale, oppure b) lo scrittore col blocco, e dove gli sia mai potuto venire è a scelta ma il blocco, a cazzimma, è lì. Di questa stiticità Danny ne sembra cosciente, dà pure la colpa alla pagina che crea un interruzione nel flusso di pensiero e ci soffre (per non aver concluso una ceppa nella vita, mica per la pagina), oltre ad averla presa a servizio che la sua ex sta per sposarsi, oltre ad incazzarsi che c’è il padrone di questa pattumiera residenziale che vuole i suoi fottuti soldi e manda due armadi in doppiopetto per averli prima di subito, e oltre ad incartarsi in una stronzata di scommessa con altri due scombinati per vedere chi la spunta con Anya, la darkettona intellettual-dannata modello Vanessa (che come la dottoressa, la vigilessa e la professoressa anch’essa compete per l’oro nel campionato mondiale per la personalità da sorella della fessa, NdA) che ad un certo punto arriva e scombina tutta la santissima. Ah, e poi per mezzo c’è anche questa ragazza sistematuccia, che si chiama Sam e se non sbaglio studia e quando non studia evita che il resto dei cristiani in casa finiscano per mangiarsi tra loro perchè sono finiti i bastoncini di pesce.

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Seguono: uno che piglia la luna come le patate (Flip) e lì per lì diventa antitesi di una teoria cartesiana del gomblotto, gente che scopa dietro la quarta parete, quello che prima pigliava la luna che chissà che si pensava e poi gli piglia proprio male, quell’altro delle rane all’inizio che gli ha preso così bene che recita un altro film a parte, gente che va a fuoco, gente che dà fuoco a cose, Sam che capisce cazzi per bancarelle dell’acqua e Danny che cambia casa per la ventordicesima volta. Tutto in meno di mezz’ora.
I casini si ripetono e si aggravano ricorsivamente anche a Brisbane, con tutta questa maniata di cristiani senza fissa dimora che corre appresso a Danny, perchè Danny è quello più credibile nella sua palla di scrittore col blocco; e allora ci sta Sam che torna ed è così radiosa e felice della sua vita sentimentale che si pianta una lametta nei polsi, quell’altro che per arrivare a capire il concetto vendita-offerta nel meretricio ha speso una paccata di soldi e per raffinamento di cazzimma si tira dietro pure Flip, che se non vi era troppo chiaro è un fuscello storto uscito dalla periferia lercia degli anni ’80 e si spezza la spada nella vena che è una meraviglia. Finisce a pistolettate (e voi direte ACAB, ve l’assicuro).
L’ultima casa di Danny è a Sydney. Casa bianca per gente bianca vestita di bianco che vuolsi cavare il bianco degli occhi per una scatoletta di cazzarielli sott’olio al posto sbagliato. Danny, che se ne fotte, si gioca l’apertura di scena con California dreamin’. Poi si ritrova di nuovo tutti in casa: Sam che fa la sostenuta e poi cede (e col wunderfluten che vi dico con chi), Anya che se non mette casini per mezzo non è lei, quelli delle carte di credito che con la santa pazienza se ne vanno carichi di cuppetielli e uno, che già a guardarlo di sfuggita ti viene da chiedergli se Kikò ha messo i fondotinta in saldo, dopo una bella strofinata di doccia con lo spazzolino prende il coraggio a due manicure e fa outing tutto incazzato (finisce brutto brutto).
E poi c’è quello che muore col felafel in mano, che prima di spegnere la lucerna una volta e per sempre dice a Danny la cosa più vicina ad un “ti amo” che si può dire tra uomini senza passare per ricchioni.
Catarsi e tutto bene o male trova un senso: chi vince, chi perde, chi senza sapere prende una cantonata e chi semplicemente si allontana col sole in faccia e una Gibson Les Paul nella custodia.
Fine, maintheme, titoli, sottotitoli e una di quelle belle domande retoriche.

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