Pubblica utilità.

Saranno passati più o meno una decina d’anni da quella notte di primissima estate. Tempi infausti quelli, correre correre correre col padrone ai calcagni e in tasca meno di niente. Un Berlingo bianco, ammaccato quel tanto da non poter più millantare un “chilometri zero” e in quei punti che tradiscono carichi svogliati di pesi inadatti. Nel cuore della provincia addormentata, io e l’archeologo scivolavamo veloci sulla bretella autostradale, direzione Salerno. Il motivo sempre lo stesso, un colpo di mano in una galleria, ordinato praticamente a suon di strilli da un piano all’altro dell’Inferno. Andiamo. E la notte ci aspetta poco, porta un fresco desiderato nell’afa pressante di inizio giugno. Caffè al solito bar e si entra sobbalzando sul pietrisco, nel largo piazzale che in pochi mesi ha perso tutti i suoi rami rugginosi di erbacce e che ora sembra inondato da un velo bianco sassoso. L’imbocco della galleria é stato ampliato da poco, nella penombra il vecchio portale tondo e annerito si riconosce solo quando riusciamo ad accendere i fari e il generatore. Prima di noi entra un carrello, sale veloce ed il suo brontolare si perde quasi subito. Siamo di nuovo soli, sotto la volta ad arco di mattoni un tempo rossi. Non piove da tempo, ma gocciola un pò ovunque. In un punto la natura ha tentato di sfidare la tecnologia, la parete scompare sotto un’altra parete calcarea, arrotondata, come una cascata immobile e tiepida, che ancora non occupava la sagoma limite e i pensieri dell’uomo. Ci mettiamo al lavoro e la voglia di lavorare non c’è proprio; dovremmo avere fretta, ma la frescura é magnetica e accogliente quel tanto da iniziare a cantare. Risaliamo la galleria al passo, spingendo la piattaforma nel buio per non sprecare benzina, e il leggero odore di putrido dà al fresco un sapore boschivo. Un bosco elfico, cresciuto sottoterra e che la luce più fioca avrebbe vaporizzato all’istante; un dono di buon gusto al termine di una festa di merda.
Finito, l’ultimo cavo al posto giusto. E sono appena le due. La discesa é quel tanto ripida da lasciar andare la piattaforma al piccolo trotto, e poi alla fine la luce che comunque non c’è ma si intravedono nuvole e stelle. Carichiamo e andiamo via, no: carichiamo, caffè al volo e si riparte. Salerno é già stracarica di gente, anche nei bar di prima periferia dove ci prendono per spazzini e un vecchio ci tiene a pagare un giro di sambuca ai “lavoratori”. Ripartiamo e l’archeologo inizia subito a russare, il caffè amaro mi tiene sveglio ma la sambuca a stomaco vuoto un pò meno, accendo la radio e trovo questo.
E quando senti la pelle del braccio che brucia sotto i numeri che senti tatuati, non ci sono ma li vedi e bruciano, accendi una radio e qualcuno di altamente misericordioso ti fa conoscere Eric Satie, non ti aspetti che questo qualcuno sia un “canale di pubblica utilità”.
E capisci che forse fare radio potrebbe essere una cosa buona e giusta.

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