Добро пожаловать в Метанопол.

Da un lavoro all’altro, da un colloquio all’altro. La primavera di quell’anno si divertiva a solleticare la gola, sia fisicamente con brezze in crescendo e improvvisi acquazzoni, forieri di zanzare, e sia metaforicamente con allettanti bocconcini, sparsi qua e là sul piano della Macroregione settentrionale. Mi ritrovavo solo, a scappare non visto. I Fratelli sapevano ovviamente, non c’è nulla da nascondere in un colloquio di lavoro, e la puttana bendata sembrava sapere dove fossi e mi concedeva poco scarto per decidere. Chiamavano, chiedevano, erano sempre molto interessati. Se fosse disponibile ad una chiacchierata… Già nelle scarpe, e in fuga. Preparate il caffè, arrivo.

Quel pomeriggio di meteo grillino ero in coda sulla tangenziale est e aprivo lo sguardo tutt’intorno in quelle architetture milanesi, ovviamente in quel misto d’incredulità e diffidenza che contraddistingue lo sguardo dei napoletani ogniqualvolta traversano il Po. Del resto, ci aspettiamo nebbia, gente infagottata in cappottoni scuri, puzza di smog, casermoni grigi e tutti uguali; non lo facciamo apposta, è una risposta fisiologica a chi ci vuole sempre al sole a mangiare pizza, sversando rifiuti un po’ dove capita. Anti-clichèes. Quindi, anche se consciamente sapevo dell’inghippo, avevo una certa leggerezza nel cuore nell’apprendere di non essere capitato nella riproduzione d’una periferia siberiana. Quel sole che poco si concedeva traversava velocemente campi verdi pettinati, millimetricamente esatti, a ridosso delle sottostazioni elettriche, accoltellati dai tralicci; pioppi di nessuna ombra, affollati e incravattati di manifesti, che sembravano anche loro aspettare un pullman in mezzo a grandi parcheggi. Ombre come orbite vuote negli occhi di fabbriche abbandonate, bocche digrignate di centenari tramezzi caduti, carpenterie postbelliche di trine color caramello su nuvoloni grigi. La vita sembrava essere solo lì ed allora, in un clacson disperato, in un radiatore di camion, in faccine sudate di bimbi. Scooteroni che affannavano nelle pieghe dell’asfalto, aperte e richiuse dal lenzuolo metallico d’auto che cercava di rimboccarsi sulla via d’uscita, annodandosi negli svincoli. Venne anche il mio turno.

Ho sempre creduto di avere un ottimo senso dell’orientamento, ma piombato nel mezzo di quella quasi-Milano sussultai. Non si vedeva assolutamente nulla, nessun punto fisso, alberi e travi d’alluminio ovunque. Iniziai a girare palesemente a vuoto, non mi serviva un paesaggio urbano ma una stramaledetta strada e un altrettanto maledetto numero civico, con l’orologio che attimo dopo attimo mi ricordava che stavo per passare da “non credevo arrivasse in anticipo” a “si rende conto di essere in ritardo?”. M’infilai in un multipiano a poca distanza dal deposito. In realtà non si vedeva, ma sapevo riconoscere per abitudine l’area in cui sorgono i depositi ferroviari; vecchi o nuovi, dopo pochi anni di servizio diventano inevitabilmente la zona prossima all’ano geografico delle città; qua e là spuntano tra le siepi non più curate sacchetti d’immondizie, qualche cartone ripiegato con cura, birre vuote, preservativi. Trovai il cancello subito. Nessun convenevole, e mi ritrovai in una nuova dimensione, lontana anni luce ma in qualche modo sinergica a quel giardino urbano in cui mi ero perso poco prima. Qualcuno dava da mangiare a dei coniglietti, che senza troppa paura attraversavano aiuole quadrate coi cespugli perfettamente tondi così come le chiome dei soliti alberelli “da rinverdimento”. Nessun suono arrivava né dalla strada né dalle officine, come se la tragicomica laboriosità del vivere avesse stipulato una breve tregua su tutti i fronti con quest’artefatto ambientale, in cui si muovevano giardinieri in impeccabile tuta da lavoro grigia quasi sfiorando il suolo. Arcate di policarbonato che già iniziavano a mostrare la loro caducità giallognola e restituivano un esatto periodo cronologico al luogo, di quell’asettico tecnicismo della fine degli anni settanta.

Il colloquio non fu breve. Le domande furono tante, troppe, e mi riservai di rispondere come volevano loro tenendo gli eventuali cadaveri ben sul fondo. Mi presentarono uno di quei test psicoattitudinali buoni solo per le barzellette e anche lì indugiai a lungo, con grande calma, ogni singola crocetta perfettamente ortogonale e perfettamente incasellata nel tondo, perfettamente posta dove la perfetta macchina della manutenzione voleva. Va tutto bene, va tutto fottutamente bene, sono l’ombra cheta che aggiusta le cose quando e dove volete voi. Lo stipendio è relativo, ciò che conta è il risultato. Cercavo altri slogan da derelitto lobotomizzato ma mi dissero che andava bene così e mi avrebbero fatto sapere. Salutai tutti, due chiacchiere di cortesia col portiere – perfetto clichè anche lui: “meridionale che guarda prevenuto gli altri meridionali finchè non lo salutano e solo allora giù con il Napoli e Sorrento, Posillipo e Mergellina” –  e mi tuffai fuori.

Non avevo contante. M’indicarono un bancomat non lontanissimo ma per cui due tassisti calabresi si offrirono di accompagnarmi. Deformazione professionale che ovviamente non accettai, ora che ero libero da impegni potevo catalizzare l’attenzione su quello scenario in cui mi ero perso un’ora prima, e così attraversai a passo svelto il poco spazio che mi divideva da quest’eden tecnologico. Vialoni lunghissimi, settorializzati da ampie aiuole ma di cui non s’intuiva il punto di fuga, complici le chiome basse e polverose dei pioppi, su cui correvano tra le auto piccolissimi camion per la pulizia strade, sempre all’opera; siepi curate all’orlo della depravazione florovivaistica, bouganville come mandala sulle facciate accoglienti delle case (anche qui nel suono smorzato delle auto e della vita che doveva pur scorrere da qualche parte) che rispondevano alle domande della mia immaginazione nei codici Morse delle facciate, finestra lunga – finestra breve – spazio, finestra breve – finestra breve – spazio – finestra lunga. Orizzontalismi, ovunque. Le palazzine basse e bianchissime con le finestre fitte fitte, in puro stile sanatoriale al suo tramonto, assediate da siepi furbe piene di fil di ferro smaltato. Lavori in corso insonorizzati e lontani, giusto al centro di un girone sabbioso il cui portale con sonnacchiose edere si nascondeva malamente dietro lamiere ondulate. Parchi naturalistici in coppa piccola con contorno zen garden, attraversati improvvisamente da paline bianche fitte, guardiola e tornello. Kubrick e Le Corbusier si sarebbero rotolati nudi dall’estasi in mezzo a quelle aiuole. Che avevano dei nomi: Enrico Fermi, Enrico Mattei. Nomi per cui non c’era bisogno di spiegazioni, in quell’enclave meneghina. Su ogni palazzo c’era ben in vista il cane a sei zampe, ogni cartello stradale era a fondo nero e scritte in giallo, al collo delle poche persone che vidi passare a piedi c’era sempre lo stesso badge giallo col cordino rosso, quasi la stessa borsa, quasi la stessa ventiquattr’ore. Quell’esperimento di città, cresciuto tra le gambe di San Donato, si chiama quasi stalinianamente Metanopoli, ed io c’ero capitato proprio in mezzo, a sorprendermi stupefatto di quello che in realtà erano palazzine uffici e dormitori della stessa enorme fabbrica. Mi fermai a prendere un caffè in un bar già affollato per l’apericena. Anche lì, nella fila al bancone, sommessamente si tenevano ancora le gerarchie, questa volta però non strettamente legate al reddito lordo: alcuni magri notabili da una parte e un grosso operaio dalla tuta immacolata dall’altra avevano preso possesso delle estremità del bancone, affondando stecchini nei vassoi già mezzi vuoti come il pastorale del papa; subito dopo i gregari facevano cerchio, un occhio al vassallo l’altro allo smartphone, e proprio in mezzo era ancora praticabile una sentierino che conduceva lontano da questi due universi assolutamente identici ma di nature diverse. Una teoria di tavoli già tutti svogliatamente pieni ostacolava ancor di più il passo. Ne uscii sudato nell’aria diversamente fresca. Sulla via del ritorno la consapevolezza del Dove e del Come fondeva tutte le facce e tutte le vesti in un’unica divisa grigia ed un unico indefinito volto, e mi ritrovai alleggerito di essermela lasciata alle spalle.

Non ci ritornerò, forse.

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