(In)intelligo.

Ero seduto nel mio scompartimento mediamente lercio, nel trenino che serpentinamente risaliva la piana fin ai piedi delle montagne. Non la solita ressa però, quel carnaio eterogeneo e trasversale che caratterizza i giorni feriali; era domenica, la “brava gente” era a casa o si spostava fintanto con mezzi propri, il mezzo pubblico-quindi-di-nessuno apparteneva di nuovo a quei tanti nessuno più furbi degli altri; tutto lasciava trasparire un’euforia criminosa e folle, sciolta dalle prime carezze estive, irresistibile, quindi molesta. Furia giovanile, tutto sommato sterile ma sensuale, viscerale, come di animali nudi nel fango caldo. Seguivo con gli occhi pesanti i loro discorsi, le ininterrotte scaramucce verbali di contrassegno del territorio, condite fino alla nausea d’ogni genere di particolarità più o meno rivoltante; io, io, io, pulcini mozzi intenti a tirar fuori all’impossibile i propri bargigli – e poco duole se con essi sfilacciavano via le ultime sinapsi – ed insaccarli a fondo in una pseudocultura che odora vagamente di sudore e Paco Rabanne, e copre vere e finte cicatrici di guerre non del tutto chiare con un core di vestiti slacciati e vagamente costosi. Così almeno ci si vende la vita, con una (almeno quella) studiata trasandatezza da ribelli di quartierino. Tutto, c’erano tutte le sfumature del cemento popolare ma, stringendo, pochissimo sugo. O, in grazia alle leggi fisiche, elevata energia potenziale a sfavore di energia cinetica praticamente nulla. Anche loro, principi, duchesse e vassalli di Pontecitra, della ’67, delle Gescal, sembravano immersi fino alla vita in un blocco di cemento. Il loro era movimento furente e tumultuoso, ma non per liberarsi, bensì solo per determinarsi in mezzo ad altri blocchi. Parole che giravano come antiche armi boscimane, Argomenti ridotti a lame di rasoio, ma vivi – non vitali, vivi – e sempriverde voglia d’eccesso.

Tenuta insieme da pallette d’erba verdi tritate e mescolate vigorosamente al tabacco, la bestia-mandria ribolliva e fumava indifesa, in attesa di duci o re che le avrebbero ornato il collo con fragore libertino di nuovi gioghi, passati come orpelli di grido.

Volevo solo essere ignorante, null’altro.

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