Taras Tarantula.

Il caldo era a dir poco inammissibile, all’interno del laboratorio. Era un vecchio carro merci, se non radiato, abbandonato alla famelicità del tempo, che l’amicizia col Capoimpianto aveva riesumato dal cimitero in fondo al ponte, a pochi passi dalla salsedine letale del porto. Avevo proposto finalmente l’ipotesi di montaggio di un condizionatore, ma – sempre per l’amicizia di cui sopra, amicizia che sembrava andar più a braccetto con l’accattonaggio – mi avevano recuperato un vecchio ventilatore a piantana, che altro non faceva che sottolineare con ventate calde l’aria azzimata e polverosa. Un fruscio continuo che teneva compagnia nelle giornate immobili tra i due capannoni. Saldavo, con occhi e mani tutt’intenti su quei piccoli fili, quando l’Orso bruno salì a passo pesante la storta scaletta, ruttando in segno d’ingombrante saluto. Non mi scomposi, dopo un anno passato a mangiare dormire e lavorare con una persona non ti accorgi più di quegl’insormontabili difetti di ognuno; certo che nel profondo c’è ancora la stizza di smoccolare, ci mancherebbe, ma l’infermiera che sussiede alla tua sanità mentale spegne certi interruttori ed il resto del cervello esclude la presenza.

Afferrò la caffettiera fredda dal fornelletto e bevve il liquido nero ed amaro direttamente dal becco, stramaledicendomi. Sapeva già da prima di entrare che in quell’aggeggio non ci avrebbe trovato neanche un granello di zucchero, ma mettere verbalmente in gioco dignità perdute di genitrici e di loro antenate era un modo più che lecito, per quel mezzo uomo, di iniziare la conversazione con qualcuno, che quindi ovviamente iniziò.

Cos’è successo con Terence, l’altro giorno?

Nulla, di specifico nulla, capo. Non è molto abituato a farsi i cazzi suoi.

Terence era un ragazzone ultratrentenne, figlio di mammà e papà, instupidito da decenni di sostanze ricreative oltremodo fuori la soglia della legalità, taciturno e piuttosto riottoso, che l’Orso aveva difilato piazzato nella mia stanza in punizione, ‘rtacci sua. Egli, dopo la sua brava canna serale di magnifico marocchino, aveva sciolto la lingua e si era addentrato in un labirinto di storielle fantasiose che, boh!, sembravano quasi un codice sorgente per riprogrammare le nuvolette rosa che stazionavano in quel testone irto di corti ricci neri. I giorni passavano, e Terence iniziò fragorosamente a varcare la soglia tra l’amicizia e la confidenza, prendendo possesso dei miei libri, del mio shampoo, del mio portatile, dei miei vestiti. Protestai vibratamente con lo Sceicco – a quei tempi acquattato dietro la maschera del buono e saggio padrone per amor criminale della Principessa – e Terence venne rispedito al mittente impacchettato, con un’affrancatura di sanguinolenti cazzotti di Berbek, che gli aveva sentito dire cose sconce sulla moglie, sui romeni, su qualcosa per cui valeva la pena sfracellare qualcuno. Passato l’attimo di distacco, l’attenzione dell’Orso si catalizzò su di me. Sapevo che era questione di tempo e spazio, dagli sfrigolii che faceva sapevo perfettamente che le ascisse e le ordinate della sua rabbia stavano per collidere sul mio groppone non appena volte le spalle. Eccolo qua, curvo dietro di me, col suo fiato pesante ad una manciata di millimetri dal mio naso, in cerca di soddisfazione. Voleva esser paterno prendendomi per l’orecchio, ma gli ficcai per bene tutte le unghie della sinistra nel polso, a ricordargli che padri proprio non me ne servivano.

Le cose che succedono in cantiere muoiono in cantiere, ricordalo. Se hai problemi con qualcuno ne parli con me, sono io il capo qui.

Grossale. Profumo da viaggio, e sudore d’ogni piega fin giù nelle scarpe. Ma era di fango, cedevole agli abbandoni. Rincarai la stretta al polso.

Ho deciso di andarmene, capo. Devo trovare la mia strada.

Conservò gli occhi fissi ancora per un momento, poi iniziò a sgonfiarsi. L’ira funesta del presunto padre-padrone si tramutò in uno sguardo vitreo che cercava di abbracciarmi tutto, come se quelle parole dette pochi istanti prima fossero state una specie di abracadabra da farmi sparire via, per sempre. Lessi sulla sua fronte bassissima ED ORA COSA FACCIO?, mentre lo vedevo annaspare nell’asciutto breviario della sua mente per trovare qualcosa da dire.

Sei impazzito?!? Ti rendi conto che hai anche una figlia, che non c’è niente, NIENTE là fuori? Non capisco, veramente, non capisco.

E si afflosciò definitivamente sui cartoni dell’elettronica di bordo, a gomiti all’ingiù così come la sua bocca e pancione all’infuori come una brutta statua del Buddha. Davvero non capisci, vecchio sciocco Orso? Ti è così duro da guardare la spanna più avanti del tuo naso, è mai possibile che sei così perdutamente stronzo e cocciuto come un vecchio soldatino di piombo? Devo capire, almeno per curiosità scientifica.

Lo Sceicco… Mi ha proposto un cantiere su Roma. Non da capocantiere ovviamente, ma avrei i miei privilegi. Ma è un prezzo comunque troppo grande per me.

Visto? E tu che sputi nel piatto dove mangi! Buttati, no!

Non posso, NON VOGLIO, Orso. Non a queste condizioni. Non posso star lontano da casa per tre euro e novanta l’ora ed una trasferta da fame. Non penso proprio di valere così poco come uomo.

Accadde proprio in quel momento. Sentii le parole rimbalzare sulle pareti in laminato, su quel sacco di carne sudata, sulla caffettiera amara, in fondo a me stesso. Aprirono, squarciarono un velo, quel velo che queste stesse parole non avevano mai fatto breccia in quattro anni di sottomissione indecente. Quelle parole che m’ero ripetuto migliaia di volte, che Kiki mi aveva ripetuto fino alle lacrime e grida, ora erano passate ed avevano sfasciato tutto, scrostato tutto, generato tutto. C’era un neonato vestito di panno di cotone blu ed antinfortunistiche, proprio in quel piazzale, proprio in quel carro, proprio seduto a quel tavolo. Gridava, soddisfatto di aver percorso il passaggio oleoso che divideva luce ed ombra. Gridava il suo diritto inalienabile di essere umano ad un posto al sole. Gridava il mio nome, ed il battesimo era fatto. Ma mai mi sarei aspettato che il sacramento della confermazione uscisse di bocca l’Orso.

Anche io vorrei cambiare, sai? Ma poi mi rendo conto che PER ME non c’è nulla al di fuori, e allora mi adatto. Alla fine faccio i fatti miei.

L’irreprensibile schiavo incallito. Chiacchierammo per qualche attimo, le consegne, i cablaggi; squillò il telefono; dovette scappare, il Ragioniere; tornammo soli, io ed il ventilatore col suo immoto fruscìo, di per sè più virile di tutto ciò che avesse potuto dire il mio compagno di lavoro. Da uomo libero sentì immediatamente la spinta di ribellione, volevo salvarlo, volevo salvarli tutti in barba a quello ius necationis che ci riduceva in schiavitù ma, sempre da uomo libero, decisi di sbattermene: in fondo, così facendo davanti ad un’avvenire migliore ci saremmo presentati in pochi. I migliori.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...