The sand falls down.

Non c’era verso di fargli entrare assolutamente nulla in testa, ignorante com’era. Ma, di fatto, era comunque felice. Era un marcantonio di un metro e novanta, pedemontano di provincia, piccoli occhi chiari dietro occhialetti tondi e capelli argentei, e non aveva la minima voglia di capire quello che stavamo facendo; siete voi che dovete dimostrare qualcosa, voi che dovete “far vedere”, diceva; io mi siedo qui, il mese va e viene, ed il quindici di paga per qua dovrà passare.

Dobitok, ovviamente, non la pensava allo stesso modo. Macinava parole ed impastava cemento, la polvere leggera frezzava l’aria e poi schiariva vorticando alla bocca della betoniera, e Dobitok imbiancava i baffoni umidi di imprecazioni contro quell’italiano svogliato. Il roon, roon, roon regolare della betoniera ogni tanto lisciava il passo e scopriva un sottofondo di curva, belesckte, pula a la mine, ma Mutanda non sapeva che cavolo significasse, e quindi ne usciva comunque felice di non aver capito. Intanto il sole passava oltre la ragnatela delle ombre degli alberi e sedeva nel suo trono di mezzogiorno, giusto in tempo per veder sabbia terra foglie ed ogni altro genere di schifezze calare sul tubo di scolo appena posato, ed ascoltare una miserrima caterva di sciocchezze travestite da perizia tecnica.

Così si fa!, si dava un tono Mutanda. A farsi il conto, saranno… Quanto, duecento metri cubi? no, due… (quattro per cinque…) Venti… Aaah, insomma, tutta fatica in meno da fare. E tu che volevi riempirlo tutto! Ah, se “qualcuno” ti sentisse… (e ci avrei visto bene in quel momento spuntare dal sottosuolo quel rompicoglioni del Capotecnico pronto per strafulminarlo.) Rimasi con lo stesso sguardo, muto carriola in mano, mentre uscivo dalla strettoia rocciosa e risalivo sul marciapiede della fermatina. E’ impossibile capire quanto un coglione matricolato e di indubbio talento a farti sentire più coglione di lui, ma probabilmente è proprio questo lo strano segreto d’ignoranza che accomuna quest’omino a miliardi di altri suoi fratelli.

Trovai rifugio in vecchi detti romeni, saporosi di panino formaggino e wurstel; Mutanda, improvvisamente colto da crisi lavorativa telefonica, lisciava il basamento con una mano (cercando in qualche modo di nascondere i rametti ed i sassolini neri che affioravano dal sottilissimo strato di cemento) e con l’altra teneva al telefono l’Ingegnere, e si, e l’ho fatto venire su bene, e alla fine ha fatto come dicevo io, ed è sempre il solito impedito, e se non c’ero io, e giù un acquazzone di io da riempire ed otturare il resto dei canali di scolo di tutto il mondo. Schiumavo d’immutabilità e passata la pausa pranzo non c’era nient’altro da fare; mi sedetti con gli altri al limitare opposto della fermata, su un podio di rocce, a godercela del meriggio già un pò pesante sulle palpebre. Mutanda salì sul portale segnali e scattò qualche foto al basamento ormai finito, ridiscese schivando – purtroppo – una littorina di passaggio e venne a romperci l’anima; in mezzo al crocchio, vagamente messianico, pontificava sull’esatta esecuzione del lavoro screditandomi in ogni modo. I ragazzi conoscevano bene i miei pregi e le mie lacune, ma non si lasciarono scappare la possibilità di qualche grassa risata, anche se cadeva addosso ad un collega paonazzo di scorno; erano poveri stronzi, assolutamente immutabili, ma ottimi uomini di fatica, qualità più che necessaria in mezzo a quei binari montani. Incassai furente.

Ovvio che al ritorno nell’Antro lo Sceicco aveva qualcosa da dirmi. Era oramai un’abitudine; intorno alla fine del mese, nel presentarmi al cospetto della Strega, lo Sceicco aspettava pazientemente qualche minuto, poi apriva la porta dell’Inferno, saltava fuori, aria sorridente ed occhialetti su, faceva una qualche sapida battuta su qualche presente o su qualche cantiere; mi puntava, preciso, facendo segno di seguirlo. Chiudeva la porta e mi lasciava pappolare qualche altro minuto, fingendosi improvvisamente occupato in chissà che cosa. Quando ero cotto al punto giusto, senza guardarmi, frugava tra la scrivania colma di cartacce e sfoderava il solito foglio pieno di evidenziature arancioni: i cedolini paga degli altri dannati.

Rispustiello: 1350 euro. Nipotino: 1400 euro. Mefisto: 1450. Mutanda: 1450. Dimmi tu cos’hanno più di te queste persone.

Ogni altro essere umano sarebbe esploso lì sulla sedia, urlando. Avrebbe urlato come solo un animale ferito sa fare; gli avrebbe sputato in faccia che tutta questa gente aveva perso ogni scampolo di dignità, abituata a stare fuori trenta giorni il mese per una paga da fame; avrebbe ringhiato contro l’abbronzatura posticcia dello Sceicco di iniziare a trattare gli operai come persone e non come bestie, di pagare, pagare tutto, di smetterla di ostentare cose chiaramente comprate col nostro sangue; magari sarebbe volato qualche oggetto delle decine che asserragliavano lo Sceicco e la sua scrivania, forse una presa al colletto della Harmont&Blaine cilestrina, uno sputo o qualche ceffone. Insomma, sarebbe comunque successo qualcosa; il problema, solo e soltanto mio, azzerava ogni volontà di riscatto; all’interno dell’Antro non c’era che la vocetta acuta dello Sceicco a risuonare padrona di ogni cosa, ed un qualche sparuto guaito di contrappunto a testimoniare la mia presenza. Era il solito obolo da pagare, c’era sempre qualcosa da tenere sotto il tappeto, un umanissimo qualsiasi errore che, amplificato negli inciuci, nelle paranoia, diveniva inammissibile. Ma fu un’altra paranoia, questa volta dell’Orso Bruno, a spegnere le mie una volta per tutte.

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