Guardie e ladri.

Lo Sceicco disse ancora qualche parola all’orecchio della Tedesca, col suo classico sorrisino formattato. Si alzò, tintinnò sui bicchieri, e prese con movenze da sommelier quello con ancora un fondo di bollicine. E sorrise ancora; prima alla sala, poi con ostentata deferenza alla piccola ed ai suoi genitori; parlò.

Oggi, siamo riuniti alla tavola di due giovani scellerati…“. La sala accennò una breve risatina e tornò quasi immediatamente a pensare ad altro, fingendo interesse sorridente. Tutti, tranne il mio piccolo tavolo. Gli “scellerati”, nella loro pesante modestia economica, avevano festeggiato il battesimo della loro primogenita invitando poche persone ma buone, e la mia famiglia sembrava esser stata presa bene da conto. I nostri tavoli erano a pochi passi, ed era tutto un fragrante insieme di risate fragorose e calorosi abbracci. Stavamo bene, e l’incombente presenza dello Sceicco era presa per ciò che era, un dato figurativo senza troppa importanza. Ma ora, al suo brindisi, era arrivato il momento di fare qualcosa.

Altre persone in sala erano in piedi, bicchiere alla mano; ci alzammo tutti e tre, anche la Principessa che un pò barcollava dal sonno. Aspettammo. “… sono tanto cari, la loro figlia è un angelo, e io auguro loro ogni bene…” Kiki sussultò, quel discorso era insopportabilmente simile a quello pronunciato a noi, in quella stessa occasione, qualche anno prima. Un ottimo risveglio dal torpore fu per lei cavare con rapidità le trombe a gas dalla borsa. Ne appoggiò una sul tavolo davanti la Principessa – l’avrebbe suonata a due mani – ne passò una e l’altra la tenne per lei, bassa sotto il tavolo. Compiaciuto e gonfio del suo discorso pieno di vento, lo Sceicco alzò il bicchiere.

Era il momento buono.

Suonammo con forza, prolungatamente. Avevo preso le mani della Principessa e premute sul bottone. Lei si spaventò per un attimo ma ci prese gusto; nel frattempo la sala aveva reagito a quel suono come a una deflagrazione. Qualche bicchiere era caduto a terra per lo spavento, la piccola battezzata drizzò subito il collo e scoppiò in un pianto furioso; qualcun’altro in dormiveglia saltò bestemmiando dalla sedia come se fosse rovente. Avevamo fatto un buon lavoro.

Allo Sceicco era volato il bicchiere dalle mani, e lo spumantino sbolliva sulle sue scarpe costose. Mi guardava livido, io lo fissavo dritto negli occhi. Le trombe tacquero, e la sala sembrò improvvisamente respirare per depressione nel vuoto silenzio che si era aperto lì nel mezzo. Che in realtà silenzio non era, perchè dalla strada giungeva a piccoli passi un motivetto orecchiabile che cresceva man mano. Lo Sceicco stava per accennare un imponente anatema; puntai la tromba contro la sua testa e premetti di nuovo il pulsante. “Zitto animale, zitto. Lascia parlare la musica“, sibilai. Il motivetto divenne un crescendo e poi un pieno d’orchestra. La porta a vetri smerigliati nel fondo si oscurò, si aprì; comparvero tutti insieme, in fila per due, con gli ottoni lucenti e le laccature le visiere e le spalline d’oro e di verde. Era una banda al gran completo, l’Orchestra del Corpo di Guardia di Finanza, intenta a far piovere su quella gente allibita il maintheme di Mary Poppins, “Supercalifragilistichespiralitoso“. Entrarono e si disposero in lisca, assolutamente compiaciuti e impassibili a tutto ciò che c’era intorno, incuranti di nulla; eseguirono qualche altra battuta, poi dal fondo – appena in tempo per il reprise – spuntò un ometto basso, in una strepitosa uniforme di gala, con i baffoni neri e il viso rosso come lo Schiaccianoci.

La Principessa si era gettata dalla sedia e nascosta dietro Kiki; prima la tromba e poi la banda sarebbero stati troppo anche per altri; Kiki la rassicurò, e lei finalmente divertita iniziò a battere le mani. Io la seguii, ed anche altri lo fecero. La piccola sala del ristorantino vista mare zeppa di finanzieri alle trombe e gente che batteva le mani senza capirci molto, e ai due capi della stanza uno Sceicco in pallone e un maresciallo sfrigolante. Si lisciò i baffoni, sardonico, poi mosse a lunghi irresistibili passi verso lo Sceicco, con l’aria del gatto che ha il topo in trappola. Gli si parò davanti, pugni ai fianchi, battendo i tacchi, in militaresca estasi. Prese un foglio piegato dal taschino e per un pelo non beccò l’altro sul naso, che iniziò a leggerlo mormorando mentre con l’altra mano cercava meccanicamente gli occhiali. Alla fine smise, la mano cadde pesante, ed afferrò quel pezzo di carta come se fosse di granito, come se fosse l’ultimo respiro, con gli occhi vitrei. Il paffuto maresciallo strappò quel foglio dalle mani dello Sceicco con due dita, e per un attimo l’altro non si mosse. Egli ne approfittò per prendergli un polso – la Tedesca era in piedi, a bocca aperta – e fargli fare una perfetta giravolta, conclusa col gracchiare metallico delle manette.

Fu un altro segnale. La banda si aprì festosa sulla Marcia di Bizet, e tutti smisero di applaudire tranne noi tre. I fiati spingevano al massimo e ai piatti dolevano le mani; il maresciallo prese alla nuca e ai polsi lo Sceicco, in un genuino gesto da sbirro. Mi passarono accanto, e il maresciallo mi strinse la mano, così forte che mi riebbi.

… sono tanto cari, la loro figlia è un angelo, e io auguro loro ogni bene…” Kiki era lì, lui era lì, il posto lo stesso. La sala nel più compiaciuto silenzio risuonava delle parole dello Sceicco, mentre Kiki mi affondava le unghie nel cavo della mano.

Era assolutamente sicura di amarmi, in quel momento.

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