Passengers.

Frammenti sparsi, da alcune notti di un treno di provincia.

Caratteristico: ‘o ‘ncacaglio. Di persona affetta da balbuzie più o meno pronunciata. E’ importante, nel caso la persona in questione sia molto anziana, di non confondere il suddetto ‘ncacaglio con l’ammagliecare, movimento involontario della bocca e della mascella simile al rumine, causato dalla perdita di molti o tutti i denti. Ammagliecare può provocare ‘ncacaglio, ma non viceversa. E, per la cronaca, il vecchio dietro di me è ncacaglio, ammaglieca, e puzza, in un modo indescrivibile; non il forte odore di pelle e sudore che hanno certi anziani, questo tizio puzza talmente tanto da infettare anche i suoni e le luci. E’ così pregnante che ora, grazie a lui, quando cerco di ricordare una qualsiasi strada, nella mezza provincia che corre fuori dal finestrino, sa dal principio di cerume vecchio. A completare il quadretto c’è anche l’audio. Ripete qualcosa tra sè e sè ma, in quanto ‘ncacaglio, ripete anche pezzi di ciò che ripete ripetendo poi tutt’insieme: una funzione ricorsiva umana tendente all’infinito. Nel frattempo ammaglieca rumorosamente, il che unito alla puzza crea l’immagine di un vecchio bue, seduto dietro di me in una poltroncina di plastica, che gratta i suoi enormi coglioni di sotto il pancione con gli zoccoli bianchicci, e scava nelle orecchie in cerca del fondo. Evvai, qualcuno è sceso. Mi fiondo a cambiar di posto. Mi volto per un attimo. Ed effettivamente quel che vedo non è molto dissimile da quello che immaginavo, ma le luci al sodio dipingono delle ombre drammatiche e genuinamente inquietanti; muove la bocca formando un otto sulla faccia, disegnando ombre strane simili a pipistrelli. L’ alito è letale, ma il suo volto magnetico sembra esser stato creato proprio per questo momento, per questo posto, queste luci. E tu, stanotte, vecchiacchio disperato e decrepito, sei l’incarnazione del puro Male deforme del Goya, di sir Blake, di Go Nagai. Chissà quanti anni hai passato da appestato e reietto, e solo ora sei entrato di diritto nel Pantheon. Bravo.

Fratemo, una sigaretta? E jà, frat’ a mme!… Giovane pischellino, trabordante rotolini di ciccia e testosterone fin sopra i capelli incollati in una banana fallicamente reinterpretata. Scherzi con i tuoi amichetti a lanciarti in faccia pezzi da dieci euro, a cantare inni a una qualche Madonna, a darvi il cinque ogni tre secondi netti per appagare il vostro bisogno di appartenenza, a cosa davvero non so. Mi sta bene, hakuna matata, ma tu esageri. Non temi il domani ma solo perchè non lo hai proprio cercato, di sicuro non con la foga con cui richiami scimmiescamente altri tuoi amichetti su questa stazione. Ah, ok, ho capito: sei così eccitato perchè vai a farti tatuare. Carpe diem, giusto. Cosa significa? Un-fatto-serio-in-latino. No no, è un’ottima traduzione. No no, non mi dà fastidio la tua risata equina, ho solo un pò di mal di testa. Ma in realtà il problema è il mio. Ti odio visceralmente, non perchè a quindic’anni hai già tutta una mappa di scritte e stelline disegnate indosso, non per il tuo grugnire insieme ai tuoi simili brillantinati; tu rimarrai per sempre un giovane animale, i tuoi figli ti daranno il cambio, i tuoi nipoti; magari allora sarà figo bucarsi sotto la lingua o sparare a pallettoni dai finestrini, non so, ma spero di avere ancora la forza di indignarmi del tuo grigiore, della tua incostistenza. Fatti un piacere: fottiti. Frat’ a mme.

Sei carino, te. Tu, teorizzatore della violenza, bestia feroce con parecchia ciccia di troppo che traborda dalla cinta, camicia rigorosamente in dentro. Hai lo sguardo calmo, il sorrisetto facile, le manine bianche e cicciotte. Non riusciresti a picchiare nemmeno un chiodo con un martellino, ma temo più te d’un branco di cani rabbiosi. Cosa faresti, se mi trovassi incosciente, se la follia t’armasse la mano, se il destino infame ti rendesse dominatore della situazione? Che ne sarebbe del nostro umanissimo disordine? Disegni volute di sangue ad ogni parola, con la tua voce sottile come un ago. Spieghi nel tuo ostentato tedesco maccheronico le ragioni di quel tal norvegese; giammai oseresti appoggiarle, ma nel fondo delle viscere ami gaudente quel modello di macchine da guerra; spiattelli cifre in pericoloso rialzo, da no crederci!, sospiri. I diversi, a casa loro. Noialtri, gli eletti di chissacchè, giorno e notte ad incendiare il mondo intero, tutti felici e contenti di essere uguali, fatti con lo stampino. Parli parli, poi i tuoi occhi finiscono esattamente sulla mia patta. Sei molto più offensivo di ciò che credevo, vecchio maiale. Ovvio, non ci sono più quei vecchi tempi bui che tanto sogni, e in fondo non c’è niente di male nel guardare tra le gambe dei giovanotti, non me ne rubo mica un pezzo io. Ecco bravo, scendi dal treno; no non preoccuparti, non mi hai annoiato. Anzi: chiacchierare quaranta minuti con una nazi-checca mi ha fatto rivalutare parecchie cose. Celebriamole nel solo modo possibile: facciamo che questa chiacchierata rimanga una cosa unica e irripetibile. Per il tuo bene, s’intende.

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