Chop suey.

Un lungo istante di silenzio.

L’ ingegnere Tal dei Tali dell’ Almost mi guardava dritto in faccia dal fondo dei suoi piccoli occhialetti ovali, cerchiati in rosso. Presi fiato durante quella lunga pausa, e presi a studiare nei dettagli quel giovane ometto che mi sedeva davanti. Barbetta curata di fresco così come i capelli, di un biondo rugginoso, con una frangia appena accennata che tentava di lambire il sopracciglio sinistro; niente cravatta (un vero peccato), camicia a righine sottili azzurre, neanche lontanamente sudata nonostante il caldo e l’afa all’esterno dei capannoni – sintomo di animale a sangue freddo o in perenne congelamento da aria condizionata – e con le iniziali ricamate, poco sotto il risvolto del taschino, lavoro mediocre eseguito per ammantare di presunta eleganza una camicia dopotutto anonima. Fissai lungamente il volto, l’esposizione continua ai neon aveva disegnato per sempre su quell’ovale allungato luci e ombre, schiarendo fin quasi alla trasparenza vaste zone della fronte, del naso e degli zigomi e quindi rendendo più scuro il resto del viso; nulla di particolare, di vistoso, semplicemente da tener di nota, la faccia qualunque di un giovane ometto da perdersi in mezzo ad altri cento uguali. Nel frattempo, mentre lo fissavo, mi ero chinato naturalmente in basso ed avanti, a mani aperte sul tek del grande tavolo della sala riunioni, con i gomiti in alto e ginocchia larghe, la terra che premeva sempre più forte contro la punta del piede.

Gli fui addosso in un solo balzo. Rovinammo insieme all’indietro mentre ancora volavo sopra il tavolo, trascinando con me i fascicoli e gli appunti che Tal dei Tali era intento a scribacchiare fino a pochi secondi prima. Mi rialzai sulle ginocchia tenendolo ben stretto tra le gambe, il sorrisetto istituzionale aveva lasciato il posto a occhi sgranati dietro occhialetti non più dritti e ad un balbettìo insolito, ma ma ma. Il primo cazzotto glielo assestai in faccia tenendolo per il colletto, senza curare troppo i particolari, centrando la stecca degli occhiali che volarono via; lui nascose la faccia tra le mani ancora libere. Diedi un secondo colpo a pugni giunti, in mezzo alle costole; riemerse il suo viso, virato decisamente al bluastro e a bocca spalancata; iniziai a tirare montanti alternati, destro sinistro, destro sinistro, e sentivo sotto le nocche che qualcosa stava cambiando di posto in bocca al tizio, già quasi incosciente. Mi rialzai e gli piazzai un calcio dritto allo stomaco, si richiuse di scatto su un fianco, sputando prima una linea retta di sangue poi una piccola pozza impreziosita da pezzi di dente. Lo martellai di calci in faccia e allo stomaco, gridando. Cosa…significa…che non ho…abbastanza…esperienza…stronzo!, e proprio su stronzo l’ingegnere vomitò il pranzo. Lo lasciai finire e lo tirai su per un orecchio, ripiegandolo di nuovo con un paio di uppercut sinistri. Ormai era messo abbastanza male, gli occhialetti erano solo una riga rosso acceso tra i lividi degli occhi semichiusi ed il naso imporporato di sangue; la bocca impestata di ferite, il labbro gonfio a nascondere il buco dove dieci minuti fa c’erano ancora gli incisivi, gocciolante sangue scuro. Lo presi per i capelli e scaraventai a due mani la sua testa sul tavolo lì davanti, che si sfasciò del tutto. Era svenuto, e sempre per i capelli lo tirai su, sulla sua stessa poltrona a rotelle; andammo in ascensore, salimmo al secondo piano e, dopo pochi metri, mi fermai davanti l’ingresso dell’open space, dove lo spinsi al centro con un calcio; tutti scattarono in piedi, io mi avviai all’ascensore ancora aperto, quando sentii chiamarmi.

 Allora, sono riuscito a farle capire quali sono le mie perplessità nei suoi confronti?

Era di nuovo lì, senza il minimo accenno di rossore, gli occhialini cerchiati di rosso, la camicia perfettamente curata e la frangettina affettuosa col sopracciglio sinistro. Il suo curriculum non è assolutamente da buttare, ma noi abbiamo bisogno di una figura più esperta e centralizzata operativamente nel suo ambito di competenza,  senza perdere di vista i target proposti dal nostro cliente o da noi stessi definiti. Detto questo senza prendere fiato, si riassestò in stand-by, fissandomi dritto negli occhi.

Presi fiato, in quel lungo istante di silenzio. 

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