Riders on the storm.

Come tutte le notti da un paio di mesi, anche quella cominciò con enorme frastuono. Rispustiello bestemmiava livido nella pioggerella fredda, smangiando le parole intorno a una Marlboro di contrabbando; sul piccolo piazzale ingiallito dalle torri faro tutti correvano anche senza un motivo valido, l’importante era non farsi scovare immobili dal negriero, che scaricava santi a braccia piene più per darsi un tono che per una reale necessità. Nel frattempo, la nostra scorta cercava qualcuno con cui accordarsi per i tempi d’uscita, facendo crocchio nel ricovero e parlottando con il Dirigente Movimento di belle ragazze e del Napoli, e quelli della Veneri sembravano avere molta fretta. Noi in realtà ne avevamo molta più di loro, ma eravamo troppo affaccendati a mettere a soqquadro piazzale e carrelli, per accorgerci che in fin dei conti non avevamo concluso assolutamente nulla. Sfinito dalle urla, mi defilai in ricovero, avvicinandomi al semicerchio di gente in uniforme blu, ormai a livelli sonori degni di un bar; i ferrovieri mi sventolarono sotto il naso moduli da firmare e istruzioni di condotta. Il Dirigente sorrise spocchioso. Non più tardi delle due, c’è il treno prove che viene giù da Roma per fare tutta la tratta. Poi devi anche portar giù quel catorcio, a Napoli, e onestamente non credo che ci arriverà con le sue gambe. Gli altri mi davano pacche sulle spalle. Ho già contattato quelli del Tronco, nel caso dovessi rimanere a piedi. 

Non aveva tutti i torti. Quella vecchia caffettiera tedesca aveva fatto molti più chilometri a spinta che non da sola, e in quel frangente era diventata una di quelle storielle da raccontare agli amici al bar, o ai colleghi infreddoliti in un ricovero di notte. L’ultima volta che l’avevamo messo in moto era esploso il filtro del gasolio. La volta prima si era spento senza riaccendersi più, fortunatamente appena fuori del piazzale, sfortunatamente sotto il peggiore acquazzone dell’anno. Ancora prima, un ferroviere si era ustionato un braccio sul tubo di scarico della marmitta, che senza nessun motivo preciso era lì in piedi, in mezzo al cassone, e che a prima vista sembrava proprio un bel posto dove potersi appoggiare. Contro ogni probabilità il vecchio otto cilindri Deutz tossì violentemente e si mise in moto, dopo aver scaricato qualche tonnellata di particolato a pioggia su tutto il piazzale. Ci mettemmo in marcia ben oltre mezzanotte e tre quarti, arrivammo in tutta fretta sul posto e solo lì il ferroviere ci diede la mazzata: mezz’ora, poi ci saremmo trovati addosso il treno prove. (Quelli di Veneri, sull’altro binario, passarono veloci forse ridacchiando.) Rispustiello esplose. Riuscivo a sentire le sue urla dall’altro lato della galleria, tra il tossire regolare della motoscala e del gruppo elettrogeno, e non riuscivo a posare il telefono in tasca che iniziava immediatamente a suonare; lui in realtà non finiva la telefonata, era un unico ininterrotto flusso di insulti che tentava di riversarmi addosso, io cercavo di rispondere con la massima calma e riattaccavo quando ormai non riusciva più ad articolare le parole e balbettava furiosamente. Il ferroviere (quello del braccio ustionato, per la cronaca) mi guardava sbigottito.

Neh, ma tu e lui non state nella stessa ditta? Non oggi capo, non oggi.

Lasciammo tutto in sospeso e riagganciai i colleghi davanti a me, corsi in piazzale e tutti saltarono giù, lanciando cassette e matasse di cavi; mi serviva una mano in manovra ma mi urlarono qualcosa scappando via, una specie di no infarcito di imprecazioni; problema mio, avevo fatto capire a tutti che riuscivo a fare parecchie cose anche da solo. Manovrai e staffai la motoscala quanto più veloce potevo, corsi al motocarrello (il ferroviere mi aspettava affacciato alla cabina, in compagnia della palpabile perplessità sulla tenuta dei freni) e spinsi sull’acceleratore abbastanza da far mutare la sua perplessità in paura vera e propria, volando oltre la grande galleria e giù a manetta per la ripida discesa, in un tripudio di vecchia ferraglia e ruote battenti. Nella cabina rovente, tra finestrini microscopici, si aprì davanti a me la notte, che già non era più quel baratro buio irto di bestemmie, di qualche ora prima; notte sì, ma già rigata in alto da nubi argentee, gravida di giorno. E giù, tra i fuggiaschi felini delle carrozze abbandonate, ferrovieri infreddoliti e personalissime battaglie perse, Napoli Centrale e le sue mille luci bianche e rosse, costellazioni sicure in cui l’anziano Robel giallo navigava a costa.

Anche per quella notte ero salvo, l’indomani ci avrei rimesso il fegato per qualcos’altro.

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