Let it snow.

La macchina procedeva tumultuosa nella bianca oscurità, in una linea che tutt’era fuorchè retta ma che, dopotutto, avanzava. Il Ragioniere sbandava rally, faceva slalom tra invisibili segnali stradali e mucchi di neve grigiastra e massicci graniti rotolati da chissà dove, torturava le sospensioni di città della fracassata Escort sui tratturi colmi di ghiaccio e fango, e nel frattempo sacramentava al telefono con il Capotecnico che, sant’uomo, aveva candidamente palesato per lui l’unica opportunità di quella giornata del cavolo: tornarsene a casa e mettersi al caldo senza troppe storie. Dietro di me i rumeni stretti tra loro ruggivano, un misto di bestemmie in molte lingue e fiato cipollino invadevano completamente l’abitacolo chiuso, e ci si arrischiava a preferire una zaffata di neve fangosa in faccia, aprendo il finestrino, ad una disgustosa asfissia da digestione multietnica.

Raggiungemmo la stazione, proprio in fondo ad un burrone di case, incalzata in ciabattone di neve vecchia; semipredata e vuota, ospitava un venticello troppo stanco per trasportare sulle spalle altra neve, e che manteneva il passo girando in tondo tra le porte di legno sfondate. Aspettavamo gli altri ma il Ragioniere berciò, e alcuni salirono sui segnali, sbattendo i piedi sulle scalette per rompere il ghiaccio; divennero invisibili lassù, trovandosi proprio davanti alla lama di luce, proprio a orizzonte, che in qualche modo ci diceva che era ancora giorno. Le ore passarono con enorme lentezza, freddissimi gli attimi in cui Bulobok si sporse, perse l’equilibrio e fece per cadere di sotto, trattenendosi all’ultimo con mani e bestemmie all’indirizzo del Ragioniere che non capiva. Bulobok saltò giù dal segnale con la chiave stretta in pugno, tenebroso, ma non colpì e andò a sedersi mugugnando nella decrepita sala d’aspetto, addentando il pane ferocemente e gli occhi di brace. Ci sedemmo tutti a gambe incrociate, stretti, buttando l’occhio alla neve che aveva deciso di mangiarsi anche quello scampolo di luce e ci lasciava in una luminosa penombra; l’unico in piedi presso la porta era il Ragioniere, che con quanto fiato aveva ancora in corpo copriva le distanze al telefono con l’Ingegnere, cercando con lui delle buone ragioni per continuare a congelare il culo per il bene dell’azienda.

Bulobok mi spiegava la differenza tra klashte oplik, gli altri lavoravano di mascelle, in silenzio, quando d’un tratto la neve finì, prima una nebbiolina ingenua e poi, sinuoso tra le nuvole, tornò un pò di sole. Geggè ed il Pasticciere fecero capolino sul marciapiede, le mani sotto le ascelle e la sigaretta in bocca, in vena di sfottò – obliqui, avevano aspettato per tutto il tempo in un casello poco lontano, invisibili agli occhi miopi del Ragioniere – e ci lanciarono palle di neve; noi rispondemmo di gusto, tornando bambini all’Inferno.

Era dicembre, 2007, e io sentivo sul mio braccio dei numeri tatuati senza capire il perchè.

 

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