Last day in Paradise City.

Alla fine anche questo maledetto giorno è arrivato, ad un anno esatto da quando varcai per l’ultima volta la soglia degli Inferi in veste di demone dipendente. Le pareti ridipinte in azzurro tenue, vecchissime sedie di vellutino blu sdrucito, la scrivania che più di una volta avevo ricablato, e la Strega, profumata di qualcosa simile all’acqua di colonia, che mi allungò un pacchetto di fogli stampati da firmare. Tante caselle, ma l’unica che mi interessava era quella con la dicitura Data di licenziamento, e respirai l’aria di nuovo pulita. Ero libero, libero di morir di fame fuori da una chiesa come più volte mi dissero, ma in fondo sapevo che si sbagliavano; c’ero riuscito ad uscirne, con le ossa frantumate ma ero fuori, potevo tranquillamente guardare dalla finestra e compatire i miei EX compagni di sventura o, come tentai più volte, lanciai loro un salvagente che rimase lì ad ondeggiare tra i flutti.

Dopo qualche giorno dalla Liberazione ero seduto in questo stesso ufficio dove sono adesso, a colloquio con quel tal ingegnere. Sorridente lui, spaurito io. Non ero più abituato a quel genere di cose, sedersi sorridente mentre dentro hai un intero universo in rivoluzione tra la laringe e lo scroto, la gola secca e tutta una serie di risposte più o meno plausibili per domande che poi, in realtà, il tal ingegnere non fece. Parlava, esortava a rispondere, prospettava pontificando. Era una fontana di parole e io non avevo che un colino per raccoglierle. Dopo un ora ero alla porta, strinsi la sua mano più forte che potevo e lo trattenni, guardando in fondo ai suoi occhi; non volevo bugie, non potevo permettermele. Forse feci colpo, forse attuai una dirompente strategia di stalking, fatto sta che un pomeriggio, un pomeriggio nuvoloso di giugno, ardente di pioggia, il telefono squillò; un numero dell’ Alt’Italia. Dall’altra parte una voce di ragazza, e non capii subito, mentre lottavo con il mio meccanico per risistemare il semiasse della mia macchina.

Potrebbe presentarsi qui lunedì mattina, per firmare il contratto?

Una delle aziende più grandi del mondo era scivolata giù per il Paese, gettandosi tra vecchie serre e casette di campagna, tastando lo sbreccato cemento di un polveroso piazzale, e si era insinuata sotto una vecchia Punto, tra due omini in tuta lerci di grasso. Picchiai forte la testa alla coppa dell’olio, mi sembrò tutto improvvisamente asfissiante e mi servì molta aria per biascicare un si. Kiki applaudì e la Principessa gridò Evviva!, non poteva crederci che il suo papino era tornato a sorridere, e il cielo d’improvviso svolse le filacce di nubi sul Golfo, innamoratissimo.

Quella domenica notte fu granitica. Ero in coda all’Intercity Notte Napoli-Torino; avevo il biglietto ma senza posto a sedere, e per un paio d’ore mi arrangiai stretto stretto a dei marittimi; purtroppo la fortuna voleva punzecchiarmi, a Roma spuntò il legittimo proprietario del sedile e quindi finii nella bolgia del corridoio, tra piedi che spuntavano di sotto a giacconi, puzza di sigarette spente e onnipresenti valigie. Piano piano il sonno si appoggiò sul mio naso, ondeggiavo rannicchiato in quest’utero meccanico e le luci delle stazioni volavano svelte, sputando bocconi di nomi. A La Spezia un gruppetto di ragazze lasciarono un intero scompartimento – ormai il treno era più leggero, gli abituèe si erano già collocati in postazione e c’erano meno belve ad assediare i posti vuoti – e io allungai le gambe sui sedili mentre in realtà già dormivo. E infatti i sogni si erano tinti di nero, ammantati di stridii e di colpi, e scendevano, scendevano, sempre più in basso. Poi, improvvisamente, la scena cambiò; di tratto in tratto spuntavano e scomparivano palazzi altissimi abbracciati alle montagne, vertiginosi pendii, strade lastricate, tetti e poi il mare roseo, schiumante, che sbuffava nuvolette in un cielo non più nero; erano le cinque e mezza e ormai il treno abbracciava fugace le bramate terre liguri, le gallerie diminuivano come diminuiva la velocità, si poteva occhieggiare intorno nel solicello che saliva e ritrovare case palazzi e strade, il diorama era familiare ma avevo la bocca troppo impastata di viaggio per dirne il nome, e me lo suggerii l’altoparlante della stazione in cui mi buttai giù, in attesa della coincidenza: Genova, piazza Principe. Il trenino tardò un pò ad arrivare,  e dopo un primo caffè cominciai a capire meglio il sapore del mondo in cui viaggiavo senza troppa fretta, direzione Ventimiglia, surfando su prospettive e lungomari insieme a due vecchietti genovesi, dalla parlata comica, che si tenevano per la mano. Sentii mancare la mano di Kiki, mi sarebbe piaciuto poterla stringere e rassicurarla, dirle che dopotutto la notte era finita (sic!).

Scesi in una fermatina dimessa, boccheggiando, la testa pesante. Cercai velocemente un secondo caffè, maldicendolo – non ero pronto all’acqua sporca, mi serviva caffè! – e girai in un vicolo. Un cancello alto, chiuso tra mura rosse; lasciai la valigia in terra, bloccando alcuni colleghi che giustamente dovevano entrare al lavoro e si chiedevano forse che ci facesse in mezzo alla strada quella specie di spaventapasseri. Alle 7,37, nel sole che punzecchiava il collo, inviai un messaggio a Kiki, prima di bussare: 

Knocking on heaven doors… 

Io ci credo ancora.

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