Non ho la minima idea di cosa scrivere.

E ora mi ritrovo qui con un portatile davanti a non avere assolutamente idea di come cominciare questi appunti.

Infatti, non sono nient’altro che piccoli frammenti che scrivo in treno, in pausa pranzo, mentre aspetto che mi venga sonno, magari anche al gabinetto. La tecnologia mi è venuta incontro con uno smartphone di un vecchio amico, sostituendo i canonici penna e taccuino, tanto cari, ormai tanto poco maneggevoli rispetto a quello che è sempre attaccato ad un orecchio, in mano o nel fondo di una tasca. Non è una sensazione piacevole, dipendere da un aggeggino elettronico che, anche se infiocchettato e lucidato, zeppo delle nostre umanissime emozioni (una foto, un pezzo da ascoltare in certi momenti, financo un numero di telefono registrato con un determinato nome emozionale) resta sempre un aggeggino che prima o poi ti lascerà a piedi, in balia di un disturbo, documentatissimo, chiamato nomofobia, la paura di non avere il cellulare.

E che stronzata è. Penso a chi, nella Grecia caput mundi di qualche millennio fa, giocando (giocoforza) con le parole, coniò phobos, instillandolo di tutto il nero di cui era a disposizione. Phobos, io credo, doveva essere qualcosa simile al vaso di Pandora, assolutamente inspiegabile, assolutamente ineluttabile, decisamente da farsela addosso. Ora, non sto a chiedermi se sia nato prima l’uovo o la gallina, se sia primigenio il vaso o la parola, ma spero che quel sant’uomo, dall’altro lato dello Stige, sia seduto in cerchio con altri ex-uomini ed ex-donne ugualmente importanti, o semplicemente anime perse in un gioco di sovraffollamento selvaggio come del resto è ogni aldilà che si rispetti, a farsi matte risate di quanto la varia umanità – intrinsecamente farcita di ottimismo, fede e quindi genuina ignoranza – abbia depotenziato vari tentacoli dell’onnipresente mostro che aveva creato, adattandolo in vario modo a nuovi sistemi di alimentazione via via che il tempo passava, fino ad attaccarlo anche all’esiguo tubicino della “paura di non avere il cellulare”, che è un pò come quando compri un giocattolo made in China e ti escono quelle batterie nere e rosse che vengono prodotte già scariche.

A pensarci bene, non proprio.

Pensa a tutte le volte che non avevi il cellulare. Improvvisamente sembra che tutte le persone della rubrica, i tuoi amici, tua moglie, i tuoi figli (anche quelli che non hai) e moltissima altra gente ancora aspettasse proprio quel momento per dire: Dai, ora lo chiamo, anche solo per chiedere come va. L’immancabile tuca-tuca delle tasche, spesso immortalato in metropolitana da qualche nerd bastardo che di volata lo posta su YouTube, ad imperituro sfottò dei colleghi e dei parenti; si diventa nervosi in crescendo, l’apice arriva quando non ricordi dove l’hai messo: e se l’ho perso? e se qualcuno me l’ha rubato? Paranoie galoppanti ci tramutano in piccoli Indiana Jones alla caccia del Graal nei più reconditi angoli della scrivania o dei cassetti chiusi da decenni (ritrovi figurine Panini di Beccalossi, chiavi di case che non esistono più, 5 lire del ’55 ossidatissime e foglietti sparsi), si tenta chiamandosi da soli e rimanendo lì con l’orecchio sul comodino in cui hai già cercato ci si ricorda di aver messo la vibrazione, cazzo! E via in bestemmie e litigi con chi ti dice di star calmo, che è solo un cellulare.

Il mondo che ogni santo giorno affrontiamo è una grande ragnatela, com’è sempre stato; prima erano le stagioni, che portavano l’acqua o il sole, che seguivano gli uccellini andar via o tornare, per poter preparare la terra o raccoglierne i frutti e quindi vivere, in connessione ad infiniti megabit con le piante gli animali e gli uomini; ora, quando tutto è praticamente alla portata di tutti noi occidentalisti fortunati, non è più la piena o la siccità a far paura, ma che il resto della carovana si muova senza di noi, restare indietro anche solo di un passo e soccombere sotto l’incalzare dei passi di chi ci segue.

Il problema è uno: oggi come oggi, siamo diventati maestri nel camminare in circolo.

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